Una nuova frontiera

UNA NUOVA FRONTIERA

Il nostro calendario editoriale, cioè la scadenza degli argomenti da affrontare avrebbe previsto a questo punto una serie di articoli sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri, soprattutto nell’educazione dei figli maschi.

Interrompo questa scaletta per una parentesi. Pochissimi giorni fa un’università pubblica a Milano, attraverso la pratica ormai consolidata dell’open day (ammetto di non sapere che lo facessero anche le università, pensavo fosse ad uso e consumo delle sole scuole medie superiori) ha aperto le porte agli studenti. E fin qui, niente di strano. Ho trovato invece bizzarro che il titolo sotto cui viene pubblicizzato on line tale evento sia “Iniziative per i genitori”. Scopro che si tratta di un appuntamento annuale, rivolto ai genitori per “riflettere insieme su come accompagnare le scelte di studio dei propri figli”.

Mi si apre un mondo di cui ignoravo l’esistenza: ma ancora i genitori nella scuola, ad accompagnare figli ormai maggiorenni? È davvero necessario, come recita lo slogan di un’altra università, che “Scegli tu! Ti aiuto io”?

Ho fatto il liceo negli anno Settanta, anni non facili, eppure i miei genitori raramente si vedevano a scuola, giusto per qualche colloquio con gli insegnanti. E non è che facessero parte di una classe socialmente disagiata, che si disinteressava dell’educazione dei figli: semplicemente, noi studenti ci appropriavamo man mano che gli anni e le classi avanzavano, della responsabilità scolastica, del rapporto con gli insegnanti, dei nostri risultati, delle nostre scelte, insomma, ci avviavamo a diventare grandi. E perché ciò potesse avvenire, il distacco dai genitori doveva aumentare sempre di più.

Ho fatto un rapido sondaggio: nessuno, ma proprio nessuno dei genitori dei miei amici ha mai neanche lontanamente pensato di mettere un piede dentro l’università. Sulla cui scelta, invece, molti di noi hanno ampiamente discusso in famiglia: ma la condivisione non implicava la partecipazione diretta, in loco per così dire.

Oggi invece sono sempre di più i genitori che si occupano in prima persona della vita universitaria dei loro figli. spiega una docente dell’Università Cattolica di Milano- E non solo per chiedere un consiglio sull’orientamento degli studi dei propri figli, o per accompagnarli agli open day, ma in qualche caso anche per seguirli al ricevimento del docente relatore di tesi. Si ha la sensazione che il ruolo sempre più presente e “protettivo” dei genitori, che fino ad ora caratterizzava buona parte del rapporto scuola-famiglia fino alle superiori (comprese) si stia ora rapidamente diffondendo anche all’Università. Non riguarda la maggioranza dei casi, ma certamente una tendenza c’è. Come se l’essere adulti sia uno status che ancora non riguarda gli studenti, ma sempre e solo i genitori”.

E mentre sto scrivendo di università, mi viene in mente un altro dato, ugualmente agghiacciante, che ho letto l’anno scorso e che riguarda uno degli altri fronti di cui mi occupo (la lettura come strumento contro l’analfabetismo di ritorno):

Da troppo tempo i ragazzi scrivono e parlano male in italiano. I loro errori di ortografia potrebbero essere ammissibili solo e non oltre la III elementare”. Così denunciava, all’incirca un anno fa, un gruppo di 600 docenti universitari.

È probabile che tra i due dati, la presenza dei genitori all’università e gli errori di ortografia degli studenti universitari, non ci sia alcuna correlazione diretta.

Ma un pensierino su quanto i genitori di oggi riescano ad occupare tutti gli spazi della vita del proprio figlio, dilatando nel tempo la loro azione protettivo-invasiva, secondo me si può fare…

(Nella foto: l’unica occasione in cui ho accompagnato mia figlia all’università)

Per una lettura al maschile

PER UNA LETTURA AL MASCHILE

 

Rimanendo sul tema di una genitorialità gender free, proponiamo in questo post una riflessione su un argomento che ci sta molto a cuore: l’importanza della lettura (se siete interessati ad approfondire, potete vedere la pagina Facebook Liberhub), intesa non solo come valore culturale ma anche come atto pedagogico.

Da ormai molti anni, in Italia si è consolidata l’iniziativa “Nati per leggere” che, insieme all’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, promuove le lettura ad alta voce da parte dei genitori ai propri bambini da 0 a 6 anni. Grazie a un paziente lavoro di diffusione e informazione, si va sempre più consolidando la convinzione che le attività di lettura siano fondamentali per lo sviluppo cognitivo dei bambini e per il rafforzamento del rapporto empatico tra genitori e figli.

Meno conosciute sono le implicazioni delle più recenti indagini sulla relazione tra il mancato supporto paterno e il ridotto interesse di ragazze e ragazzi per i libri. Su questo fronte trovo molto interessante un articolo di Maria Elena Scotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento Scienze Umane per l’ Educazione), che affronta l’argomento. Lo studio, dal titolo “Padri che leggono ai figli: uno studio esplorativo”, è stato pubblicato su Orientamenti pedagogici (vol. 64, n.1, 2017) e parte dallo sconfortante dato che in generale in Europa gli uomini leggono meno delle donne. Questa mancata propensione alla lettura da parte dei maschi sembra influire sullo scarso interesse di ragazzi e ragazze verso i libri: infatti, minore è il coinvolgimento della figura paterna nelle attività di lettura dei figli, minore sarà la predisposizione di questi ultimi a diventare lettori, soprattutto se si tratta di figli maschi. E così si perpetua la condizione attuale, che vede la lettura come un’attività prettamente femminile e, in ambito familiare, legata alla figura materna: in questo modo, si consolida l’idea, condivisa da un ragazzo su 5, che “leggere sia un’attività più adatta alle ragazze” (Boy’s reading commission, 2012, p. 25). Proprio per aumentare l’investimento maschile sulla lettura, le associazioni impegnate su questo fronte stanno rivolgendo la loro attenzione verso i padri. In Svezia, già nel 1990 è nato il progetto “Leggi per me, papà!”, inizialmente rivolto soprattutto agli immigrati.

Anche nel nostro Paese, la situazione generale vede un contributo paterno alla lettura domestica di molto inferiore a quello materno: meno i padri leggono ad alta voce, meno leggeranno i loro figli. E questa tendenza si “tramanda” di padre in figlio, in un circolo vizioso. È dunque necessario interrompere tale spirale negativa attraverso un cambiamento, da parte dei padri, verso i libri: è infatti dimostrato che i padri che leggono spontaneamente ad alta voce ai propri figli sono quelli che amano la lettura a livello individuale.

Il ruolo della figura maschile è fondamentale non solo in famiglia ma anche a scuola: dove ci sono maestri carismatici che trasmettono la passione per i libri, si evidenzia una maggior propensione alla lettura da parte degli studenti maschi.

Nel precedente post, abbiamo sottolineato come i maschi stiano cambiando. Questa è un’altra direzione di cambiamento necessaria che, come tutte le abitudini che vanno modificate, parte dal quotidiano. Che i nuovi papà si predispongano dunque in modo diverso verso la lettura e i suoi luoghi (librerie, biblioteche): anche se leggere non rappresenta la soddisfazione di un bisogno primario, crea però un legale empatico con i propri figli e contribuisce a soddisfare, almeno in parte, il desiderio di vivere esperienze insieme a loro. L’amore per i libri, inoltre, se condiviso con i genitori sin da piccoli, si trasforma in un rito familiare di enorme valore pedagogico, che potrà continuare anche nella delicata fase dell’adolescenza, pur se con modalità diverse. E, per i bambini e i ragazzi meno fortunati, può rappresentare un prezioso strumento per cercare di ridurre gli svantaggi dovuti alla povertà educativa.

(foto di Ramin Mirzayev)

Una genitorialità gender free

Abbiamo già sfiorato i due temi che portano a questo post, cioè l’importanza delle cure prossimali e l’attuale tendenza alla flessibilità dei ruoli genitoriali. Oggi infatti i compiti che fino a pochi decenni fa erano graniticamente attribuiti a madri e padri e non potevano essere interscambiabili sono sottoposti a una certa fluidità, complice la trasformazione in atto della famiglia e, soprattutto, del ruolo della donna nella società. Come abbiamo già visto, negli ultimi 100 anni la donna ha iniziato un percorso che la porta decisamente al di fuori delle mura domestiche. Questo lascia sempre più libero quello spazio che prima le madri occupavano nell’educazione quotidiana dei figli.

Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia sono circa 200 mila le coppie con figli dove a lavorare è la donna, mentre l’uomo è disoccupato. Se prendersi cura dei propri bambini solo se costretti, causa perdita del lavoro, può non essere una libera scelta, c’è però un numero sempre più grande di padri che rivendica il diritto a condividere lo spazio di cura e di accudimento con le proprie compagne. Mantenendo il proprio ruolo di padre, senza bisogno di inventare quei neologismi di genere, di solito piuttosto svilenti.

“Non sono un ‘mammo’”, spiega in un bell’articolo Federico Vercellino (http://alleyoop.ilsole24ore.com/2016/02/17/non-sono-un-mammo/), che rivendica la necessità di cambiare la visione mainstream del maschio, sdoganando il padre di cura.

Padri che chiedono, in altre parole, di farla finita con il loro ruolo di breadwinner, cioè di essere solo quelli che devono portare a casa la pagnotta, e vogliono una condivisione più ampia della genitorialità, indipendentemente dal fatto di essere separati o meno. In questo senso, la richiesta di strumenti per una possibilità di accudimento che sia gender free si fa sempre più pressante anche nel nostro Paese, che è tra i più indietro nell’Unione Europea, per esempio per quanto riguarda il congedo di paternità.

E sull’onda di questa trasformazione che sta investendo la famiglia tradizionale occidentale, la Gran Bretagna è ancora una volta all’avanguardia (incredibile come un’isola sappia intercettare e guidare per prima le tendenze, facendole diventare realtà!).

Al Norland College, che da oltre un secolo sforna le tate più richieste del mondo, da poco si sono diplomati i primi manny (il neologismo di cui sopra, l’incontro tra man e nanny): si tratta di due 21enni, Liam e Harry, che hanno conseguito il prestigioso diploma insieme a decine di giovani donne. La direttrice del college, Janet Rose, spiega che sempre più maschi chiedono di intraprendere questa remunerativa professione, anche perché il percorso didattico, adattandosi ai tempi, prevede che gli studenti si cimentino anche con le arti marziali, il controterrorismo e quanto può servire a reagire in condizioni di pericolo, per essere in grado di salvare i facoltosi rampolli che andranno ad accudire.

Io ho cresciuto tre rampolli senza nanny o manny, però posso dire che ogni volta che vedevo il loro padre spingere con affetto la carrozzina, ripensavo a mio papà che, circa 30 anni prima, diceva “Ah no, per un uomo è sminuente andare in giro con la carrozzina”, o che si rifiutava di andare in farmacia a comperare gli assorbenti per mia madre.

Il maschio sta cambiando. È già cambiato.

L’abbraccio che scioglie

Una delle maggiori difficoltà quando ci si confronta in modo non pacifico con il figlio adolescente è la gestione della rabbia. Sua e nostra. In questi casi, riuscire ad attuare una comunicazione efficace ed efficiente, assertiva e non distruttiva, è molto impegnativo.

Vedremo in un altro momento come il cervello degli adolescenti sia in grande subbuglio, esattamente come il loro aspetto fisico: i lobi frontali sono l’ultima zona del cervello a raggiungere la maturazione ma sono anche l’area in cui si sviluppano e si stabilizzano il giudizio, la pianificazione, il saper aspettare il soddisfacimento di un bisogno, la capacità di giudizio, l’empatia.

Quindi, di fronte a un figlio adolescente che perde il controllo, che sembra non saper più ragionare, spesso la comunicazione arriva a un punto morto. Il piano della comunicazione verbale, razionale, tende a spostarsi verso quello della comunicazione non verbale, emotiva, soprattutto da parte del figlio: se non riusciamo a cogliere questo slittamento e non adottiamo gli strumenti adatti a gestire la situazione, di solito la comunicazione si chiude e il conflitto rimane “appeso”, irrisolto. O, peggio, il conflitto perde il suo valore di confronto costruttivo e si trasforma in una lotta fine a sé stessa, destinata a intorcinarsi sempre di più. Di solito, in questi momenti i nostri figli non sono affatto interessati a un tipo di comunicazione razionale, ai nostri consigli o alle nostre opinioni. Se noi invece insistiamo in questo senso, ci troveremo davanti a un muro. Che probabilmente farà nascere anche in noi un senso di rabbia, di frustrazione per la mancanza di una via di uscita. E come tutti gli animali che vengono messi all’angolo e si vedono privati di una qualsiasi way out, anche noi adulti a questo punto perdiamo il controllo.

È qui che dobbiamo imperare il tempismo del silenzio o di una comunicazione non verbale. Dice una delle madri che ha partecipato ai nostri focus group: “Quando mio figlio ha un problema che lo mette in difficoltà, siccome è molto riservato spesso non mi spiega niente, non mi parla ma poiché c’è un rapporto fisico-affettivo molto buono magari mi viene vicino e, semplicemente, mi abbraccia”.

Ed ecco che siamo arrivati di nuovo al valore di un abbraccio. Che con gli adolescenti, più che contenere come fa con i capricci dei bambini, “scioglie: la rabbia, la frustrazione, il dolore, nostri e loro.

Impariamo quindi, noi che abbiamo un cervello ormai maturo e stabile, a sviluppare quella giusta sensibilità che ci aiuti a cogliere l’attimo, a capire quando è il momento di chiudere la bocca, abbassare i toni e accogliere in altro modo la fatica di crescere dei nostri figli.

(Foto di Marco Bianchetti)

Il metodo holding, l’abbraccio che contiene

Abbiamo già toccato il tema dell’importanza del contatto fisico per far crescere i nostri figli più sicuri e sereni. Ma vale la pena soffermarsi ancora il tempo di un post per vedere più da vicino come utilizzare , attraverso una vera e propria tecnica corporea,  un semplice abbraccio per trasformarlo in un gesto terapeutico. Si chiama “Metodo holding” (dove holding qui significa “dell’abbraccio”) ed è stato creato quasi 50 anni fa negli Stati Uniti, dalla dottoressa Martha Welch, psicoterapeuta. È stata lei a capire per prima che un abbraccio non solo crea benessere e conforto,  ma è di grande utilità sia per lenire sofferenze psichiche e fisiche gravi (di cui noi però non ci occupiamo) sia per contenere, passando dalla patologia alla fisiologia, la rabbia e i capricci, oppure i momenti di angoscia e di disperazione dei nostri figli. Figli che possono essere  neonati, o bambini di pochi anni ma anche adolescenti o addirittura già adulti. Proprio pochi giorni fa, in una situazione di grande difficoltà emotiva, ho abbracciato mia figlia di 27 anni, in silenzio perché tanto non c’era niente da dire e quell’abbraccio diceva già tutto: ti voglio bene, ci sono qui io, lasciati andare, vedrai che tutto si risolverà.

Perché l’abbraccio sia efficace, l’adulto che lo attua deve essere calmo e sereno, altrimenti rischia di trasmettere lui per primo quell’ansia che il figlio non riesce a elaborare. Se il bambino è piccolo, meglio accompagnare l’abbraccio con frasi rassicuranti, che suonino alle sue orecchie come un mantra. È meno facile di quello che sembra, perché non sempre chi è in preda a sentimenti ed emozioni negative, che non riesce a controllare, capisce di aver bisogno di essere rassicurato. Anzi, spesso tenta di sfuggire a quell’abbraccio. Per questo è necessario che l’adulto sia consapevole e motivato e non ceda di fronte alle prime difficoltà. Soprattutto se sta facendo i capricci, il bambino tenterà di divincolarsi, di fuggire via, urlerà, piangerà ancora più forte, ma se l’abbraccio sarà forte e saldo, alla fine cederà, si lascerà andare e si placherà.

Uno studio recente condotto dall’Istituto di ricerca Burlo Garofolo di Trieste ha dimostrato che  i bambini abbracciati dalla mamma o dal papà percepiscono meno il dolore fisico. Un abbraccio quindi “guarisce” o perlomeno attenua il dolore e la sofferenza. Un gesto semplice e spontaneo, un risultato così grande.

Sarà più facile abbracciare i nostri figli finché sono piccoli, poi man mano che crescono le occasioni in cui ci sarà bisogno del “metodo holding” diventeranno più rare ma più profonde e complesse da gestire. Non per questo, cambierà il nostro abbraccio che, come ho potuto sperimentare sui miei figli ormai grandi, avrà sempre la stessa funzione: accogliere qualcuno che, anche solo per un attimo, si abbandona completamente e si affida a noi. Una responsabilità enorme, che cresce forse insieme ai corpi dei nostri figli, ma anche un’emozione fortissima, che ci restituisce in un attimo il senso di essere genitori.

Se la donna esce dal nido

La prima donna laureata nel mondo risale al 1678: era una nobile veneta e rappresentava senz’altro un’eccezione se, ancora nel 1804, nel codice civile promulgato in Francia da Napoleone, si legge che “Le persone prive di diritti giuridici sono i minori, le donne sposate e i ritardati mentali“. Di fatto, solo dal 1874 le donne in Italia possono accedere a licei e università, anche se la loro iscrizione non viene di certo incoraggiata. Nel 1900, su 33 milioni di abitanti in Italia, le universitarie sono 250. Se Franca Viola, a 17 anni,  è la prima donna siciliana che rifiuta il matrimonio riparatore da parte di chi l’ha violentata, l’istituto di questo tipo di unione obbligatoria, insieme al delitto d’onore, nel nostro Paese vengono abrogati nel 1981.

Il percorso femminile extra domestico, quello cioè che porta le donne fuori dal nido, verso l’emancipazione civile ed economica e quindi verso la libertà e l’autonomia, soprattutto negli ultimi cento anni è stato una marcia a tappe forzate, che ha portato il genere femminile a lasciarsi alle spalle posizioni millenarie di inferiorità e dipendenza, per aprirsi a nuovi e stimolanti orizzonti.

Gli uomini, invece, sono rimasti fermi di fronte all’inesorabile avanzata delle donne, che comporta un’evidente erosione dei privilegi maschili.

Abbiamo voluto sottolineare rapidamente questo percorso contemporaneo ma inverso della donna che si allontana sempre di più da casa e dell’uomo che invece tende ad avvicinarvisi come mai aveva fatto, perché ha un forte impatto sulla coppia e quindi sui ruoli genitoriali.  L’educazione  e la cultura prevalenti nel mondo occidentale hanno imposto modelli di riferimento maschili, che l’uomo fa fatica ad abbandonare. Spesso il maschio adulto è preda di “desideri regressivi”, cioè non si rassegna a perdere quell’accudimento e quella dedizione femminili cui da millenni era abituato.

Le considerazioni di carattere strettamente educativo, che sono quelle che qui ci premono, sono due:

– in un prossimo futuro, è probabile che saranno sempre meno le donne che decideranno di occuparsi della famiglia. Quali saranno dunque le compagne dei nostri figli? E di quali compagni avranno bisogno le nostre figlie, in questa inedita complementarietà di coppia ?

– Che tipo di padre sarà il giovane adulto quando avrà dei figli? Quali e quante  incombenze educative, che una volta appartenevano alle madri, spetteranno ora a lui?

Dalle situazione che si determineranno in questa nuova comunità familiare, cresceranno figli che avranno caratteristiche differenti rispetto alle generazioni passate. E, inevitabilmente, anche il loro apporto al vivere sociale e civile sarà differente.

Per adesso possiamo solo stare a guardare dove porteranno questi cambiamenti. Che sono già ampiamente in corso, come dimostrano le sempre più nutrite schiere di papà che si appriopriano con soddisfazione del ruolo di care giver principale. A volte, cedendo del tutto il posto fuori casa a una moglie/compagna  più determinata o più fortunata professionalmente. E, se possiamo dare credito ai social,  in molte occasioni senza recriminazioni!

Pink is my favourite crayon*

Nel 2009, quando l’onda anomala dei subprime americani si abbatteva con tutta la sua violenza sul mondo occidentale, negli Usa veniva coniato il termine he-cession , che stava a indicare come questa durissima crisi economica fosse in realtà la crisi di un sistema economico-industriale di chiara matrice maschile. Da questo preciso momento storico, la parte maschile del mondo si dichiara ufficialmente in difficoltà.

Dal canto loro le donne, già dalla metà dell’800 iniziano una lunga, lenta ma inarrestabile marcia verso l’esterno, fuori dalle mura domestiche.

Queste due brevissime annotazione storico-sociali, semplificate al massimo per evidenti ragioni di spazio e di attinenza con l’argomento del blog, servono da premesse per una riflessione su quanto si legge sempre più spesso. Per esempio:

I maschi sono più mammoni delle ragazze”. In questo articolo comparso su Repubblica l’11 ottobre, firmato da Claudia Zanella, si sottolinea un dato statistico relativo ai viaggi all’estero durante il 4° anno di liceo. “Le ragazze sono il 62% degli studenti che partono per un’esperienza di studio… Sono brave a scuola, quindi non temono di rimanere indietro… Hanno voglia di cambiare, viaggiare, confrontarsi con culture diverse, mentre il 53% dei maschi ammette di non voler uscire dalla propria ‘comfort zone’”.

Ma poiché, soprattutto durante l’adolescenza, i ragazzi hanno bisogno del rischio e della sfida per costruire la propria identità, potrebbe essere che abbiano trovato il modo di non abbandonare la loro comfort zone pur vivendo un’altra vita, estremamente spericolata, sul web. In uno dei tanti articoli in merito (Corsera, 17 settembre 2018, a firma di Leonard Berberi), si legge: “La sfida digitale li fa sentire dentro una grande famiglia, dove ognuno condivide le attività più estreme… Fragilità personale, distanza dai genitori favoriscono l’adozione di comportamenti rischiosi… Più l’azione è pericolosa, più apprezzamenti arrivano”.

Come abbiamo ripetuto più volte, questo blog non si occupa di devianza ma quello che ci preme sottolineare qui è l’evidente difficoltà in cui si trovano i maschi e i rischi che tale difficoltà può portare con sé. Su questa possibilità, non sta a noi pronunciarci, proprio perché la patologia non ci compete. Sul fatto invece di alimentare l’autonomia dei nostri figli, soprattutto se maschi, possiamo dare, come abbiamo già fatto, più di uno spunto. Per noi madri, la mela pronta da sbucciare fino agli …anta è sempre una sfida!

*Il titolo in realtà è una frase della canzone “Pink” degli Aerosmith

 

Un post alle carezze

Più che un post, questo è una sorta di post scriptum al nostro ultimo articolo, quello intitolato “Coccole & Carezze”, dove abbiamo sottolineato l’importanza delle cure prossimali e la loro semplicità e spontaneità di attuazione. Abbiamo anche accennato al fatto che la mancanza di affettività veicolata dal contatto fisico crea sofferenza e deprivazione soprattutto nei maschi.

E sempre restando in ambito maschile, riteniamo necessario fare un distinguo, legato all’età: se fino ai 5-6 anni il contatto fisico con i genitori è fondamentale per creare un legame sicuro, che rappresenta la base della solidità affettiva di un individuo, intorno agli 8-9 anni e senz’altro sulla soglia della pubertà, un eccessivo contatto fisico diventa, invece, controproducente. Perché, se messo in atto soprattutto tra la madre e il figlio maschio, può creare situazioni di disagio e di imbarazzo. Inoltre comunica, in modo indiretto ma chiaro, i pericolosi messaggi «Non puoi stare solo, «Non sei capace di gestire in autonomia la tranquillità e l’abbandono del dormire» e in ultima analisi trasmette il disvalore «Da solo non ce la fai».

Pensiamo semplicemente al fatto di dividere il lettone la sera, per addormentarsi più facilmente, o magari la domenica mattina, per perdere tempo insieme o per leggere una storia. Chi di noi non ha, almeno qualche volta, coccolato, ninnato, sbaciucchiato, abbracciato il proprio piccolo ometto nel letto matrimoniale, o magari in trasferta nel suo letto?

Ma, e qui veniamo al punto, ai ragazzini intorno all’età il contatto fisico può causare turbamenti ed erezioni involontarie ma che inducono confusione e imbarazzo.

Anche nel contatto fisico con i nostri figli c’è dunque, come in tutte le cose, un tempo e un luogo, oltre i quali è indicato e preferibile non andare. Non sarà necessario bandire il contatto fisico, ma solo ritarare la modalità di veicolarlo.

Non è che questa sensibilità non valga anche per i contatti dei padri con le figlie femmine anzi, ma le mamme sono più portate, rispetto ai padri, ad avere un rapporto fusionale con il proprio bambino. Ed è proprio questa «fusionalità» che, a un certo punto della crescita dei nostri figli, deve trasformarsi in altro.

 

Coccole & carezze

L’ultimo post pubblicato in questo blog riguarda il manolescent che, come dice la parola stessa e come conferma la letteratura, è maschio e fa più fatica, rispetto alle coetanee, ad accogliere e ad accettare l’adultità, con tutto ciò che ne consegue.

Considerato poi che l’adolescente non nasce con l’adolescenza, ma è il risultato di un percorso che inizia con il bambino piccolo, possiamo chiederci quali strategie dobbiamo mettere in atto noi genitori (e in particolare noi mamme, biologicamente preposte alla nutrizione e quindi all’accudimento) sin dalla prima infanzia per sostenere e incoraggiare i nostri figli verso l’empatia e l’assunzione di responsabilità.

Dal momento della nascita possiamo, per esempio, dedicarci a quelle che vengono definite le “cure prossimali”, cioè l’allattamento al seno e, in generale, il contatto fisico, fatto di coccole e carezze. È stato infatti dimostrato che i bambini che vengono accuditi con un contatto fisico intenso diventano adulti più abili e più disponibili alle relazioni sociali. Non è un caso, infatti, che anche gli animali lecchino i propri cuccioli e, come fanno per esempio i canguri, li tengano a stretto contatto: per i piccoli di molte specie, infatti, la base sicura è la mamma. Grazie a questi atti, le aree del cervello preposte alla cognizione sociale vengono attivate e, se stimolate in modo continuo e regolare, aumentano di volume e vanno a incidere sui comportamenti e le emozioni: ansia, stress e paura si riducono, l’umore migliora, cresce la fiducia negli altri.

Una modalità “educativa” semplice e bellissima.

Al contrario, bambini accuditi con un contatto fisico ridotto allo stretto indispensabile, riprodurranno da adulti queste stesse modalità, e via così in una catena infinita di persone sempre meno capaci di stabilire relazioni sociali soddisfacenti.

Gli studi scientifici condotti in questo campo dimostrano che sono soprattutto i maschi a essere più vulnerabili rispetto alle femmine, quando si tratta della deprivazione di cure prossimali. Il tema si può estendere anche a un campo contiguo molto più è difficile e delicato, ma se avete tempo e voglia vi consigliamo la lettura di un libro intitolato Dal dolore alla violenza. Le origine traumatiche dell’aggressività, di F. de Zulueta, Raffaello Cortina Editore, 1993.

Senza entrare nel merito di una questione che ci porterebbe inevitabilmente alla devianza, di cui noi non ci occupiamo, direi che possiamo fermarci a questo semplice assunto: tante più coccole e carezze faremo ai nostri figli quando sono piccolissimi, tanto più contribuiremo a farne degli adulti sereni e sicuri di sé…

IL MANOLESCENT

 

Parlando di educazione, crescita, pensieri magici e autonomia, a un certo punto dal vortice delle parole e dei pensieri esce la figura di un ragazzino sorridente, che ci guarda, letteralmente, dall’alto: Peter Pan. Il bambino più famoso tra quelli che non vogliono crescere, cioè quasi tutti.

Abbiamo già accennato a quanto sia doloroso, per gran parte degli adolescenti, rinunciare ai pensieri magici tipici dell’infanzia e quanto si oppongano alla fatica di crescere. Ci passiamo tutti, poi si va oltre.

Alcuni però rimangono impantanati lì, in una condizione psicologica che li porta ad allontanare da sé gli impegni e le responsabilità. Si tratta soprattutto di maschi, come dimostra la parola inglese che unisce il termine man (uomo) a quello di adolescent, dando vita a una figura maschile reale, metà ragazzino e metà uomo, che si aggrappa con le unghie e con i denti ai suoi diritti di eterno bambino, tentando di dimenticarsi dei suoi doveri di giovane adulto.

Poiché non ci occupiamo né di patologia né di devianza, non ci addentreremo nella dimensione “psichiatrica” di questa sindrome, ma c’è un aspetto che ci interessa da vicino in quanto madri (e, prima ancora, sorelle e compagne): il fatto, cioè, che solo una donna può accettare il manolescent così com’è, la mamma. Quindi, il quesito che ci interessa porre in questa sede è: quanto contribuisce una madre a trasformare suo figlio in Peter Pan?

Le esperienze condivise che abbiamo analizzato nei nostri focus group sembrano confermare che il figlio maschio tende a incontrare un atteggiamento di favore da parte della madre, rispetto alle sue sorelle. Tale tendenza risulta trasversale alle generazioni. Abbiamo cercato, nel nostro libro, di capire perché ciò avvenga e ahimé, il ruolo della madre è innegabilmente fondamentale: un istinto materno più “viscerale”, infatti, la porta ad accudire e proteggere di più il figlio maschio rispetto alla femmina, che viene di norma considerata come la parte più forte e autonoma della prole. Freud parlava di complesso di Giocasta che, come quello di Edipo, nascerebbe dal desiderio incestuoso che ogni genitore prova nei confronti del figlio di sesso opposto. Ma, oltre a quelle inconsce, su cui il dibattito è sempre aperto, ci sono tante altre motivazioni, storiche, sociali e culturali che avallano questa ipotesi.

Riflettiamoci bene, dunque, e quando interagiamo con i nostri figli maschi pensiamo alle nostre future nuore. Quando ci sorprendiamo a sbucciare loro una mela, pargoli di 20 anni, fermiamoci e limitiamoci – se proprio non possiamo farne a meno – a posargliela intera su un piattino.