Madri di figli maschi, attente!

Abbiamo già accennato alla figura del bambino imperatore, una figura che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle famiglie contemporanee, per una serie di motivi che abbiamo cercato di spiegare. Il bambino tiranno può essere maschio o femmina, ma il maschio rappresenta una sfida più impegnativa, soprattutto per una madre.

E su questo punto vogliamo aprire una parentesi, non in termini di importanza dell’argomento trattato ma in termini di contesto: come più volte ricordato, in questo blog non ci occupiamo di devianza, e la violenza sulle donne è devianza. Ma è anche un fattore culturale, soprattutto in un Paese fortemente maschilista come il nostro. Allora è qui che ci sentiamo di dover intervenire, sull’onda emotiva della giornata dedicata a questo tema, perché questa è anche l’angolazione particolare da cui guardiamo la genitorialità: il ruolo della madre di figlio maschio. È un ruolo che porta con sé un’altissima responsabilità sociale, perché i nostri figli maschi saranno i compagni di domani. E perché, come tendono a confermare le donne che hanno figli di entrambi i sessi, noi per prime tendiamo a essere più accondiscendenti, spesso in modo non del tutto inconsapevole, con i figli maschi, dando per scontato che una femmina è “più determinata e responsabile”.

Dai focus group che analizziamo nel nostro libro, questa tendenza emerge chiarissima: complice o meno Edipo, il figlio maschio ci prende nella pancia. Ci lasciamo sedurre da lui e ci trasformiamo nella prima donna oggetto nelle sue manine manipolatrici, come potrà serenamente riferire la maggior parte delle sorelle quando diventeranno grandi.

Allora pensiamoci. Ogni volta che stiamo per dire di lui: “Poverino, va un po’ seguito, devo proteggerlo di più, in fondo non è colpa sua” non diciamolo. Non pensiamolo neanche. Cerchiamo invece di vederlo nell’ottica del domani, quando sarà compagno e padre. Conduciamolo sulla strada dell’autonomia esattamente come facciamo con le sue sorelle, o come vorremmo che fosse stato condotto il nostro partner. Non assolviamolo sempre. Non autoassolviamoci.

Ma poiché l’educazione è un percorso di coppia genitoriale, impariamo a rapportarci anche con il padre, in modo sinergico e sintonico: la coppia è quella formata da due adulti, non da madre e figlio. Sappiamo che la famiglia sta cambiando ma non sappiamo dove porterà questa trasformazione: è però possibile individuare un rapporto di causa-effetto tra le varie tipologie di coppie genitoriali e i figli che di queste coppie sono il risultato.

Uno tra i “prodotti” più diffusi sul mercato, lontano dalla devianza anche se potenzialmente pericoloso, è il figlio cresciuto da una madre iperprotettiva e totalmente dedita a lui e da un padre che può essere o padrone (e più il padre è padrone, più la madre si trasforma in campana di vetro sotto cui proteggere il proprio pulcino) o “peluche” (la definizione è di Daniele Novara), cioè senza alcuna propensione al necessario ruolo normativo. In questo caso, il bambino iperprotetto interiorizza rapidamente il senso di proprietà sulla mamma, che si configura come un oggetto molto amato ma altrettanto manipolabile. L’assoluta mancanza di regole, o la possibilità di evitarle grazie allo scudo materno, rende questo bambino molto fragile, lo abitua a essere sempre accontentato, non lo allena a tollerare le frustrazioni e lo espone ad alti livelli di ansia. Da giovane e da adulto, se non interviene la consapevolezza, faticherà a tollerare i NO, faticherà a confrontarsi e ad accettare di non avere il pieno controllo sulla partner. Il rischio della violenza è già vicino.

Diventa invece quasi inevitabile, la violenza, in un’altra tipologia di “prodotto”, quella in cui il rapporto madre-figlio maschio è completamente immerso nella patologia. Il legame tra sofferenze dell’infanzia e disturbi del comportamento adulto è oggi stabilito: la possibilità di abuso è di 20 volte superiore in chi è stato abusato da bambino. Inoltre, poiché per i piccoli di molte specie, tra cui quella umana, la base sicura è la mamma, se questa base sicura viene a mancare si determina un trauma profondo e precoce. Una mamma evitante e poco accudente produce nei suoi cuccioli vistose anomalie comportamentali.  E nei cuccioli maschi, queste anomalie sono di norma caratterizzate da una spiccata inclinazione alla violenza.

Ci sembra che ce ne sia abbastanza, per rendere particolarmente insidioso il mestiere di madre di figlio maschio! Per ora, dunque, lasciamo decantare e, con il prossimo post, ci dedicheremo alla seconda dose…

 

 

Educazione è (anche) sport

Abbiamo chiuso l’ultimo post con la “bestia selvaggia” e da questa ripartiamo! Lo sanno bene le madri di figli maschi, soprattutto se hanno anche figlie femmine: l’adolescente maschio è una bestia selvaggia molto più selvaggia di un’adolescente femmina. Un banale apostrofo fa la differenza, talvolta abissale. Lo confesso, in alcune occasioni ho pensato al titolo di quel film “Speriamo che sia femmina” e mi sono detta che era molto azzeccato: in molte occasioni i miei figli maschi mi hanno destabilizzato, non necessariamente in modo drammatico, ma anche solo con modalità e comportamenti che per me donna sono abbastanza incomprensibili. Dico “incomprensibili” e non “sconosciuti”, perché in parte li avevo già sfiorati durante la mia adolescenza, attraverso i miei compagni di scuola, che vedo ancora oggi a distanza di oltre 30 anni e la cui attuale posizione, nel mondo sociale e professionale, mi ha spesso tranquillizzata. Ripensando a come erano allora quei ragazzi e alle persone che sono oggi mi sono sempre detta, nei momenti di maggior bisogno, che forse anche per i miei figli sarebbe stato così. E in effetti, pare di sì. Dico “pare” perché il mio ultimo non ha neanche 19 anni…

Si può dire che esista una certezza: il cervello dei maschi è diverso da quello delle femmine. A parità di età, educazione, ambiente in cui si vive e via dicendo, non c’è niente da fare: un maschio è diverso. Ed essere consapevoli di questa diversità aiuta moltissimo: oggi come sorella, domani come parte di una coppia e dopodomani come genitore. Abbiamo visto nell’ultimo post che durante l’adolescenza il cervello è fisiologicamente sovraffollato di neuroni, con ampie aree di immaturià e in “disordine”. Se si tratta di un cervello maschile, il disordine è aumentato dal testosterone, che spinge al movimento, alla competizione e a una maggior aggressività.

Con il maschio, quindi, il “tiro a due” di cui abbiamo già parlato risulta più faticoso, soprattutto se dall’altro capo della corda c’è una donna, che sempre più spesso si trova ad affrontare, magari da sola, questa estenuante sfida. Perché magari il padre non c’è, o non vuole esserci, o c’è ma non vuole il faticoso ruolo di educatore. E come sempre quando la forza fisica non è pari, bisogna giocare d’anticipo. Cercando, per esempio, di farsi sostituire ogni tanto all’altro capo della fune e facendo in modo che la “bestia selvaggia” venga saldamente tenuta per la cavezza pur avendo la libertà di scalciare e sgroppare per sfogare almeno un po’ della tensione. Uno dei modi più sani e più efficaci è lo sport. Citiamo due testimonianze, fresche di un’adolescenza non ancora completamente trascorsa.

“Faccio pugilato da quando ho 12 anni – racconta Riccardo, 18 anni – e ritengo che la boxe sia uno tra gli sport più educativi che esistano: la disciplina, il confronto costante con sé stessi, la necessità di poter contare solo sulle proprie capacità e quindi il dover essere sempre presenti e concentrati, aiuta molto chiunque pratichi questo sport, soprattutto durante l’adolescenza, quando siamo confusi riguardo alla nostra identità e non sappiamo bene chi siamo. La boxe ti aiuta a guardarti dentro e a costruirti in modo fermo e stabile, calandoti in un contesto avverso da cui puoi tirarti fuori solo da te. E per farlo non basta conoscere la tecnica: è anche una questione di controllo e soprattutto intelligenza. Queste tre cose devono coesistere e collaborare in una frazione di secondo, mentre si è presi dall’adrenalina, senza un momento di pausa”.

“Per me è stato fondamentale il rugby – spiega invece Davide, 22 anni- Mi ha aiutato tanto a crescere e a essere più sicuro di me. Se in partita riesci a placcare un ragazzo molto più grosso e più pesante di te, fuori dal campo puoi “placcare” qualunque problema incontri! È uno sport molto educativo, il rispetto sta alla base del gioco: rispetto delle regole, rispetto per gli avversari e per l’arbitro e rispetto per i tuoi compagni. È uno sport molto fisico ma molto corretto, in partita siamo avversari ma dopo il fischio finale siamo amici. Alla fine della partita si fa il terzo tempo, dove mangiamo e festeggiamo con la squadra avversaria. Adesso lo insegno ai bambini più piccoli e trovo che il rugby ai “pulcini” possa essere utile per sconfiggere le proprie paure, imparare il rispetto delle regole e degli altri. Attraverso i giochi che facciamo imparano a cooperare e a provare a risolvere i problemi che incontrano”.

Davide e Riccardo raccontano di due sport molto diversi tra loro, uno individuale e uno di squadra, ma che hanno in comune la “fisicità” e una certa dose di aggressività. Le loro parole, però, non sanno né di violenza né di competitività. Per questo crediamo che la loro esperienza sia un utile rimando per tanti loro coetanei e un suggerimento per i loro genitori.

Il cervello “spinoso” dell’adolescenza

Chi c’è dall’altra parte della fune, nel tiro a due che abbiamo tratteggiato nell’ultimo post? O meglio, chi c’è lo vediamo e non ci è completamente estraneo, è tanto cresciuto ma ha ancora qualcosa di quel bambino che conosciamo ormai da anni. Piuttosto, cosa c’è dentro la testa di quel quasi ex bambino?

La domanda non è retorica, ed esiste una risposta precisa, offertaci dalle sempre più accurate e indispensabili neuroscienze, che ci illustrano le caratteristiche comuni a tutti i cervelli degli adolescenti e ci aiutano a capire chi strattona dall’altra parte. È soprattutto il suo corpo a crescere, in un bambino in scadenza, mentre il suo modo di pensare, e dunque di agire, cambia più lentamente: la maturazione del suo cervello ha tempi più lunghi rispetto a quella del corpo.

Vediamo come.

Sulla soglia della pubertà, cioè intorno ai 12 anni, il cervello di un ragazzino è “troppo” ricco di neuroni e di sinapsi . Durante gli anni dell’infanzia le sue cellule e le loro interconnessioni sono cresciute a dismisura, come dimostrano l’apprendimento vorace e la curiosità insaziabile ma disordinata con cui il bambino approccia il mondo .

Sovrabbondanza, dunque, ma anche incompleta maturazione: potremmo dire che neuroni e sinapsi si aggrovigliano in guazzabugli selvaggi.

Quando il numero di neuroni comincia a diminuire, il disordine inizia a dipanarsi e la quantità decresce a favore della qualità: entro i 20/25 anni, il volume della materia grigia è diminuito del 40%, le sinapsi si sono ridotte ma si sono irrobustite e ordinate. In un certo senso, sono diventate più “educate” e più efficienti. Tale processo di “disboscamento” si chiama pruning, che significa “potatura” e proprio come la potatura serve a rendere più forte e quindi a crescere meglio. In questo caso, però, non si tratta di sfoltire una siepe in poche ore: il processo è lunghissimo, si snoda attraverso gli anni di questa fase così delicata della vita, come possiamo dedurre dai comportamenti dei nostri figli.

Questa situazione di eccesso numerico insieme alla incompleta maturazione spiegano bene le tempistiche dello sviluppo del senso morale e del senso del limite che termineranno il loro complesso e articolato cammino verso la maturità solo intorno ai 20 anni, proprio sul finire del pruning. Mentre sotto i 10 anni si rispettano le regole solo per paura della punizione stabilita nei confronti di chi la trasgredisce, dai 13 ai 20 anni inizia molto lentamente a svilupparsi e a rafforzasi il senso del limite e il rispetto delle norme. Quando tale processo sarà completato si rispetteranno le regole per rispondere alle aspettative positive della comunità della quale si condividono i valori e non perché si teme la sanzione prevista.

I nostri adolescenti sono dunque condizionati dall’immaturità dei loro sistemi neuronali. Noi adulti possiamo allora meglio comprendere i comportamenti a rischio, l’assenza di senso critico, del senso del limite e della paura e la ricerca spasmodica del piacere e della gratificazione. Se solo all’inizio dell’adolescenza comincia la fase maturativa dello sviluppo del senso critico , cioè della capacità di percepire e valutare le conseguenze delle proprie azioni, allora è chiaro che l’adolescente è incosciente, in senso letterale, perché non ha piena coscienza delle conseguenze delle sue azioni, ma ha la fortissima attrazione per i comportamenti che gli danno una gratificazione intensa e immediata: ecco perché sino al termine del pruning alcool, sesso e droghe sono, in un certo senso, “obiettivi fisiologici”…

“Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare”, diceva Platone. Aveva sicuramente ragione, come ben sa chi, tutti i giorni, è chiamato a misurarsi al tiro alla fune. Anche se è stanco, anche se non ne ha voglia, anche se vorrebbe abbracciare il suo avversario e pregarlo di smettere. Pensare a cosa passa nella sua testa mentre tira con tutte le sue forze, ci può aiutare: quando rispondiamo ai suoi strattoni, ripetiamoci che in questi momenti stiamo condividendo con lui lo sfoltimento della massa selvaggia di cellule che appesantisce il suo cervello e lo stiamo quindi sostenendo in un faticoso cammino verso una più sostenibile leggerezza.

Foto Yannik Oetiker

Tiro a due

 

 

TIRO A DUE

Ed eccolo qui, l’adolescente che viene da lontano. Un ex bambino che, come abbiamo accennato nel nostro ultimo post, se ha dei genitori che sin da quando era piccolo hanno abdicato al ruolo genitoriale, non riuscirà a orientarsi nel difficile perimetro delle regole e dei confini indispensabili per la convivenza sociale e quindi per il diventare adulti.

Nei focus group che abbiamo condotto prima di scrivere il nostro libro, avevamo avuto diverse testimonianze su questo punto, che sono state riportate nel capitolo intitolato “Delle regole e delle pene”. Ne citiamo qualcuna a titolo esemplificativo:

Mio marito e io siamo figli del ’68 e per questo abbiamo concesso a nostro figlio troppa libertà. Oggi, a 35 anni, ci ha rinfacciato che lui di tutta quella libertà non sapeva cosa farsene, al punto di esserne rimasto destabilizzato. ‘Volevo avere due genitori, noi due amici’, ci ha rimproverato”.

 

L’autonomia di movimento che i miei genitori mi hanno imposto da quando avevo 10 anni mi terrorizzava: ero una bimbetta timida e magrolina, con poca propensione all’avventura. Andare in treno da sola, per esempio, anche se i viaggi erano brevi, era una prova cui avrei rinunciato volentieri. E dire che invece i miei coetanei mi invidiavano…”

 

È sull’onda di queste stesse riflessioni e partendo sempre dal punto di vista dell’adolescente, che più di recente, nel 2015, la psicologa e blogger statunitense Gretchen Schmelzer ha scritto una lettera dal titolo “La lettera che il tuo adolescente non può scriverti”. Ne riportiamo alcuni punti, che fanno capire in modo estremamente efficace come senza un’autorevolezza ben salda di fronte, il faticoso passaggio che porta l’adolescente a cancellare il “dolcissimo bambino” che è stato per tratteggiare il profilo di un giovane adulto diventa ancora più doloroso.

 

Allora, quando capita che il conflitto che ci si para davanti ci risulti insostenibile, perché siamo stanchi o preoccupati su altri fronti, cerchiamo dentro di noi l’energia necessaria per affrontarlo. Perché solo accettando il conflitto senza porgere l’altra guancia aiutiamo nostro figlio a diventare grande. E se a tirare un capo della fune c’è un adolescente maschio, il competitor migliore per lui sarà il padre o, in sua vece, altri maschi adulti: un allenatore sportivo, un insegnante, il prete open minded dell’intramontabile oratorio.

 

Caro Genitore,

di questa battaglia in cui siamo ora io ne ho bisogno. Io ho un bisogno disperato di questa lotta.

Ho bisogno di questo conflitto, anche se, nello stesso momento, lo detesto. Non importa nemmeno su cosa stiamo a litigare: sull’ora di rientro a casa, sui compiti, i vestiti sporchi, sulla mia stanza disordinata, sull’uscire, sul restare a casa, sull’andare via di casa, vivere in famiglia, fidanzato, fidanzata, sul non avere amici, o sull’avere cattivi amici. Non ha importanza. Ho bisogno di litigare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.

Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che lo mantieni forte mentre io strattono l’altro capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli e punti d’appoggio per vivere questo mondo nuovo in cui mi ritrovo. Prima sapevo chi ero, chi eri tu, chi eravamo noi. Adesso non lo so più. In questo momento sono alla ricerca dei miei confini e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune con te. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. Lo so che ti manca quel dolcissimo bambino che ero. Lo so, perché quel bambino manca anche a me e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto così doloroso in questo momento.

Per favore, resta dall’altro capo della fune. Sappi che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.

 

Una prospettiva inquietante

L’ultimo post, frutto della bolla del matrimonio della mia primogenita, si conclude con una domanda, ironica ma non troppo, che mi è uscita così, senza che neanche la pensassi. Forse perché più che un interrogativo esprima un’ansia, una paura: sono stata, noi genitori siamo stati in grado di crescere dei figli socialmente sostenibili, cioè in grado di corrispondere alle aspettative della società e quindi competitivi sul mercato? La domanda, per me madre anche di due figli maschi, è ancor più rilevante; ma per quanto riguarda il punto di vista materno sul prodotto “figlio maschio”, ne parleremo nel corner di questo blog in altro momento.

Per adesso, soffermiamoci sul prodotto in sé, indipendentemente dal genere. Un giovane adulto, che si incammina per la sua strada, da solo o in coppia, auspicabilmente con una massiccia rete sociale di protezione intorno a sé: amici, parenti, legami profondi e duraturi, in grado di incoraggiare e sostenere una resilienza d’acciaio. Per ottenere tutto ciò, che rappresenta il patrimonio intangible di ciascun individuo, è necessario che lo sforzo educativo dei genitori inizi da subito, da quando ci si ritrova con il neonato tra le braccia. Il tempo per gettare le basi su cui si costruirà la sua individualità è molto meno di quello che la maggior parte di noi pensa: Freud aveva stabilito sei anni, ma le neuroscienze hanno dimostrato che le mappe cognitive ed emotive di ognuno di noi si formano nei primi tre anni di vita. Poi basta, quello che c’è c’è. Tre anni corrispondono a mille giorni, proprio come recitava una pubblicità del Carosello quando ero piccola: lo slogan di un’azienda di prodotti per l’infanzia cantava “Per i mille giorni che contano…”

Mille giorni sono pochissimi, ma a quanto pare interiormente noi “siamo” quei mille giorni: poi faremo esperienza del mondo, ma il modo in cui lo affronteremo, e soprattutto il modo in cui lo vivremo emotivamente, è quello che si è consolidato entro i tre anni. Ora mettiamo al centro di questo contesto un adolescente: se il bambino che è stato, e che all’improvviso non c’è più, era un bambino abituato a confrontarsi continuamente e positivamente con regole e confini, questo adolescente saprà misurarsi, cognitivamente ed emotivamente, con regole e confini, anche se in modo parziale e poco visibile perché l’adolescenza è il momento dello strappo e della trasgressione.

Se invece abbiamo cresciuto un “bambino imperatore” comanda lui, rifiuta le regole, fa capricci di cui ci vergogniamo e noi genitori facciamo sempre più fatica a cavarcela. Non riusciamo più a venirne fuori, perché abbiamo abdicato al nostro ruolo genitoriale ogni giorno, lentamente ma inesorabilmente.

Relazionarsi ora con quell’adolescente sarà molto più difficile. E ancora più difficile sarà trasformare quell’adolescente in un giovane adulto socialmente sostenibile.

Ma cos’è esattamente un bambino imperatore? Lo descrive bene lo psicoanalista Paolo Roccato, anche se in realtà tutti ne abbiamo incontrato almeno uno sulla nostra strada: si tratta di quei bambini (e ragazzi) che ci capita di osservare guardandoci intorno chiedendoci “Ma dove sono i suoi genitori”? Perché il bambino disturba, supera i limiti, invade gli spazi altrui e nessuno lo contiene. Sono bambini (e ragazzi) perennemente irrequieti e capricciosi perché mai abituati ad aspettare e a sopportare la benché minima frustrazione. Sono bambini (e ragazzi) incontenibili, arroganti e prepotenti, incapaci di cooperare, abili solo a pretendere.

Bambini imperatori non lo si nasce, lo si diventa. Grazie a noi genitori che, cercando di evitare quanto più possibile fatica, conflitti e discussioni, abbiamo puntato alla felicità del momento, nostra e del nostro bambino.

Ecco perché diciamo sempre che l’adolescente viene da molto lontano: è quel bambino lì, anche se stentiamo a riconoscerlo.

Migliorare una relazione, di qualunque natura essa sia, è sempre possibile se siamo disposti a lavorare su noi stessi. Quindi, anche nei confronti di nostro figlio adolescente, per quanto possa essere l’evoluzione del piccolo tiranno che abbiamo allevato, acquistando consapevolezza dei nostri e dei suoi comportamenti possiamo intervenire per spezzare certe dinamiche.

 

E non ti accorgi

Ci si abitua a loro ancor prima di vederli, portandoli per tutti quei mesi nella pancia. In fondo, anche per i papà è un po’ così, ci si interfacciano per interposta persona, li vedono crescere in un luogo che riesce ad assumere dimensioni stupefacenti e che accarezzano quasi con devozione.

Poi eccoli lì, e tutti noi genitori conserviamo nella nostra memoria, come se fosse accaduto un attimo fa, il momento in cui li abbiamo visti per la prima volta.

E da quel momento cominciano a crescere, come una matrioska al contrario, dal piccolo al grande, e prima scompare il neonato, poi il bambino, poi anche l’adolescente se ne va per lasciare il posto al giovane adulto.

Non sono stata in vacanza, nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo post. Ho seguito, neanche troppo da vicino perché lei è autonoma, la mia prima bambina, che si è trasformata in una sposa radiosa. Per qualche settimana ho vissuto in una bolla di emozioni travolgenti, in fondo non so neanche bene perché, visto che conviveva già da diversi anni.

 

Ho riflettuto a lungo, se sia stata più forte l’emozione di vederla per la prima volta neonata o quella di ammirarla sposa. E credo di propendere per la seconda possibilità. Perché al suo matrimonio, intorno a lei c’erano tutte le persone che l’hanno accompagnata da quando è venuta al mondo, o che hanno condiviso con lei il diventare grandi. Essere dentro un rito è già di per sé un momento importante, ma percepire mia figlia, i suoi fratelli, la nostra famiglia e tutti gli amici come parte di un unicuum affettivo è stata un’esperienza profonda e bellissima.

Che mi conferma quello che ho sempre pensato; forse più sperato che pensato… E cioè che chi semina alla fine raccoglie. Che i nostri figli sono davvero lo specchio nostro. E a me quello che ho visto riflesso in quest’occasione è piaciuto moltissimo.

 

Adesso la vera domanda è: qualcuna si prenderà anche i due maschi?

 

Figli e padri

La ripetizione del titolo dell’ultimo post ma con i termini invertiti non vuole essere un gioco di parole ma ha l’obiettivo di spostare l’attenzione tra i due ruoli protagonisti, quello del padre e quello del figlio. Nel post precedente, a venire prima è il padre perché è la figura attiva intorno alla quale ruota l’articolo: cosa sarebbe bene facessero i padri per.

Oggi invece partiamo dai figli: cosa succede ai figli se i padri non.

A livello di letteratura, scientifica e divulgativa, è stato detto moltissimo sulla figura del padre (qualche suggerimento lo trovate anche nella nostra sezione bibliografica). Senza voler entrare nel merito e nel dettaglio di un argomento così vasto e complesso, possiamo partire da quello che viene presentato come un dato di fatto oggettivo,cioè la perdita dell’ autorità e dell’autorevolezza paterne. Entrambi questi termini derivano dal latino augere, che significa “crescere, accrescere, arricchire”; il loro senso riferito all’educazione è quindi molto chiaro.

L’autorità e l’autorevolezza hanno a che fare con l’etica, cioè quella dottrina che si occupa del comportamento umano riferito alle scelte morali e che è stata tradizionalmente incarnata dalla figura del padre. Detto così sembra un concetto filosofico difficile e astratto, ma ci viene in aiuto proprio un filosofo, Kierkegaard, quando nel suo libro “Aut-aut” racconta questo di suo padre:

La mia infanzia è stata fortunata… mi ricorda mio padre, che mi ha insegnato che la cosa principale è l’impressione totale dei doveri, non la loro molteplicità. La moltitudine dei doveri svuota e rimpiccolisce l’individuo. Da bambino ero felice perché non avevo mai tanti doveri, ma uno solo… Sapevo che il mio compito era andare a scuola. D’altra parte godevo la mia libertà, conoscevo un dovere solo, quello di badare alla mia scuola, e a questo riguardo ero io il solo responsabile. Ero esente da ogni rimbrotto paterno. Non mi domandava mai delle mie lezioni, non me le provava mai, non guardava mai i miei compiti, non mi ricordava mai che era ora di studiare, o che era ora di smettere, non veniva mai in aiuto alla coscienza dello scolaro. Se dovevo uscire, mi chiedeva prima se avevo il tempo di farlo; ma questo lo decidevo io, non lui, e le sue domande non indugiavano mai sui particolari. Che egli d’altra parte si interessasse molto di quello che facevo ne sono sicuro, ma non se ne faceva mai accorgere perché il mio spirito potesse maturare con la coscienza della propria responsabilità. Così ricevetti un’impressione profonda del fatto che esiste qualcosa che si chiama dovere, e che ha un valore eterno”.

Un esempio quotidiano, che riguarda tutti noi, genitori e figli, e spiega in modo chiaro cos’è la dimensione etica che dovremmo veicolare attraverso l’educazione. Oggi invece, dice Pietropolli Charmet “Con la perdita del padre, il custode dell’etica della crescita, del rispetto delle leggi e delle tradizioni, al contesto etico i nostri figli preferiscono il contesto estetico (che, semplificando, potremmo deifnire come la “dimensione del bello”). Scomparsa l’autorità del padre i bambini, gli adolescenti e i post-adolescenti hanno preso il potere”. E cercano di riempire gli spazi lasciati vuoti con i mezzi che hanno a disposizione: il gruppo dei pari e internet.

Questa lunga, e spero non troppo tecnica premessa, è la base di partenza per le nostre prossime riflessioni, che si concentreranno sul gruppo dei pari, la struttura e il funzionamento dei loro cervelli, il loro modo di cavalcare le onde e le mode del web. Che, sempre più spesso, tende a trasformarsi in Far Web (la definizione è di Alessia Cruciani, giornalista e autrice di libri per ragazzi).

Padri e figli

Dopo la parentesi di ben due post dedicati all’importanza di non spianare troppo la strada ai nostri figli (è uno dei temi centrali dell’educazione, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo, quindi ci torneremo su spesso), riprendiamo da dove eravamo rimasti nel post sulla lettura al maschile, cioè dall’importanza della presenza del padre nel percorso educativo dei figli.

Ancora una volta, partiamo dall’infanzia e partiamo dalla Svezia, dove il congedo parentale dei padri è identico, dal 1974, a quello delle madri, per un totale di 480 giorni. Ne usufruisce oltre il 70% dei papà.

In Italia, il congedo parentale previsto per i padri è di soli quattro giorni obbligatori. Ci sono dei casi in cui il periodo si può estendere, ma solo se:

  • la madre è morta o è gravemente ammalata
  • la madre ha abbandonato il bambino
  • il bambino è stato affidato esclusivamente al padre
  • la madre ha espressamente rinunciato al diritto di congedo di maternità, eventualità possibile solo in caso di adozione o affidamento.

Una equa e completa alternanza con i compiti che di solito svolgono le donne, ha più di un’implicazione di assoluta rilevanza. Intanto, calarsi fisicamente e quotidianamente nel ruolo dell’altro sesso significa andare in concreto verso l’uguaglianza di genere. Inoltre, la presenza assidua dei papà vicino ai figli sia maschi sia femmine, sin dalla primissima infanzia, contribuisce a gettare le basi per una relazione profonda con la compagna e con i figli e questa profondità sarà di grande aiuto quando i bambini, diventati adolescenti, avranno bisogno di essere contenuti soprattutto dal padre ma anche supportati da una coppia genitoriale coesa e coerente. Soprattutto quando, una volta iniziata la pubertà, il cervello dei maschi verrà inondato di testosterone, che indurrà comportamenti completamente diversi da quelli femminili: sono spinti alla sfida, alla competizione, al bisogno di essere rispettati e di occupare il gradino più alto nella gerarchia del gruppo. Riuscire a contenerli sarà più facile per un maschio adulto, che è per natura simile e che probabilmente ha avuto le stesse reazioni in adolescenza, rispetto a quanto non lo sia per una donna. Per questo gettare le basi, sin dalla nascita, per una relazione più profonda con i propri figli rappresenta un investimento a lungo termine, che sarà di grande aiuto in quella delicata fase che segna il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

P.S. Il titolo l’ho rubato alla letteratura russa, si chiama così uno dei romanzi di Turgenev.

 

 

 

 

Noi, genitori bulldozer

Si vede che proprio non riusciamo a rispettare il nostro calendario editoriale. Le riflessioni sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri nell’educazione aspetteranno lo spazio di un altro post dedicato a entrambi i genitori e alla loro “invadenza” in campo scolastico. Questa volta a parlare non saremo noi, ma un testimonial di tutt’altro spessore e autorevolezza.

Umberto Galimberti.

Intervistato nell’aprile del 2018 da Byoblu sul tema dell’inadeguatezza della scuola rispetto alla formazione dei ragazzi (https://www.youtube.com/watch?v=exxZOvgzyaw), Galimberti usa toni molto forti e tranchant nei confronti dei genitori. Ancora una volta, come sempre succede quando si tratta di riflettere sull’educazione dei nostri figli, il primo passo da fare è quello di metterci in discussione, chiedendoci perché facciamo così fatica a liberare gli spazi che spetterebbero di diritto a loro, gli adolescenti che cercano di formarsi, in questo caso specifico sui banchi di scuola.

Galimberti ha più volte ribadito la necessità che i genitori stiano lontani dalla vita e dalla comunicazione scolastica dei ragazzi, soprattutto le madri. Si chiede infatti, in un suo articolo del 27 ottobre 2018, pubblicato su D la Repubblica: “Ma queste madri pensano alla loro vita o si dedicano ossessivamente a quella dei loro pargoli, con la loro incombente protezione che ne rallenta la crescita?

In tanti ormai,  educatori, psicologi, psicopedagogisti, giornalisti e via dicendo, stanno da tempo puntando il dito contro la tendenza all’iperprotezione da parte dei genitori contemporanei, iperprotezione evidente soprattutto nella scuola, dove agli insegnanti viene richiesto, in modo sempre più aggressivo, di rimuovere qualunque ostacolo sul cammino dei nostri figli. Che, in questo modo, non impareranno mai a superarli da soli, gli ostacoli e le difficoltà.

Il video integrale dell’intervista a Galimberti dura circa 40 minuti. Prendetevi il tempo e l’attenzione per ascoltarlo tutto. E se proprio non li trovate, andate sulla nostra pagina Fb #Adolescenza e autonomia e guardatevi l’estratto. Anche noi, in fondo, ci adeguiamo alla tendenza e cerchiamo di risparmiarvi la fatica…

 

 

 

Una nuova frontiera

UNA NUOVA FRONTIERA

Il nostro calendario editoriale, cioè la scadenza degli argomenti da affrontare avrebbe previsto a questo punto una serie di articoli sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri, soprattutto nell’educazione dei figli maschi.

Interrompo questa scaletta per una parentesi. Pochissimi giorni fa un’università pubblica a Milano, attraverso la pratica ormai consolidata dell’open day (ammetto di non sapere che lo facessero anche le università, pensavo fosse ad uso e consumo delle sole scuole medie superiori) ha aperto le porte agli studenti. E fin qui, niente di strano. Ho trovato invece bizzarro che il titolo sotto cui viene pubblicizzato on line tale evento sia “Iniziative per i genitori”. Scopro che si tratta di un appuntamento annuale, rivolto ai genitori per “riflettere insieme su come accompagnare le scelte di studio dei propri figli”.

Mi si apre un mondo di cui ignoravo l’esistenza: ma ancora i genitori nella scuola, ad accompagnare figli ormai maggiorenni? È davvero necessario, come recita lo slogan di un’altra università, che “Scegli tu! Ti aiuto io”?

Ho fatto il liceo negli anno Settanta, anni non facili, eppure i miei genitori raramente si vedevano a scuola, giusto per qualche colloquio con gli insegnanti. E non è che facessero parte di una classe socialmente disagiata, che si disinteressava dell’educazione dei figli: semplicemente, noi studenti ci appropriavamo man mano che gli anni e le classi avanzavano, della responsabilità scolastica, del rapporto con gli insegnanti, dei nostri risultati, delle nostre scelte, insomma, ci avviavamo a diventare grandi. E perché ciò potesse avvenire, il distacco dai genitori doveva aumentare sempre di più.

Ho fatto un rapido sondaggio: nessuno, ma proprio nessuno dei genitori dei miei amici ha mai neanche lontanamente pensato di mettere un piede dentro l’università. Sulla cui scelta, invece, molti di noi hanno ampiamente discusso in famiglia: ma la condivisione non implicava la partecipazione diretta, in loco per così dire.

Oggi invece sono sempre di più i genitori che si occupano in prima persona della vita universitaria dei loro figli. spiega una docente dell’Università Cattolica di Milano- E non solo per chiedere un consiglio sull’orientamento degli studi dei propri figli, o per accompagnarli agli open day, ma in qualche caso anche per seguirli al ricevimento del docente relatore di tesi. Si ha la sensazione che il ruolo sempre più presente e “protettivo” dei genitori, che fino ad ora caratterizzava buona parte del rapporto scuola-famiglia fino alle superiori (comprese) si stia ora rapidamente diffondendo anche all’Università. Non riguarda la maggioranza dei casi, ma certamente una tendenza c’è. Come se l’essere adulti sia uno status che ancora non riguarda gli studenti, ma sempre e solo i genitori”.

E mentre sto scrivendo di università, mi viene in mente un altro dato, ugualmente agghiacciante, che ho letto l’anno scorso e che riguarda uno degli altri fronti di cui mi occupo (la lettura come strumento contro l’analfabetismo di ritorno):

Da troppo tempo i ragazzi scrivono e parlano male in italiano. I loro errori di ortografia potrebbero essere ammissibili solo e non oltre la III elementare”. Così denunciava, all’incirca un anno fa, un gruppo di 600 docenti universitari.

È probabile che tra i due dati, la presenza dei genitori all’università e gli errori di ortografia degli studenti universitari, non ci sia alcuna correlazione diretta.

Ma un pensierino su quanto i genitori di oggi riescano ad occupare tutti gli spazi della vita del proprio figlio, dilatando nel tempo la loro azione protettivo-invasiva, secondo me si può fare…

(Nella foto: l’unica occasione in cui ho accompagnato mia figlia all’università)