Mestieri incrociati

 

Sono in tanti i genitori che si interrogano sul proprio ruolo, quando inciampano (e fatalmente inciampiamo tutti) nel territorio sconnesso e accidentato dell’adolescenza. Ma sono pochissimi quelli che si impegnano a condividere la propria esperienza. Se poi questa esperienza è “aumentata” da competenze professionali che in qualche modo hanno a che fare con questa fase della crescita, allora la condivisione assume ancora più valore.

Ho conosciuto Elena anni fa, a scuola. Lei insegnante, ahimé di nessuno dei miei tre figli, io madre-redattore che si adopera, tra l’altro, per portare in tutti i modi il piacere della lettura nelle scuole. Un incontro che poteva fermarsi alla casualità e finire lì. Invece è andato avanti negli anni ed Elena, in qualità di vicepreside e di appassionata docente di italiano, è diventata una delle fan più entusiaste del progetto lettura (pagina Fb LIBERHUB, fyi…).

In tutti questi anni, osservandola ho capito perché una brava insegnante fa la differenza, soprattutto sul cattivo studente. E in più occasioni sono rimasta sbalordita, dopo tanta mediocrità didattica impostami dalla sorte con i miei tre figli, da come possa essere e cosa possa fare un docente che ama il suo lavoro perché ama i suoi studenti.

Da qualche settimana Elena non c’è più, e non perché sia andata in pensione, le mancava ancora una quindicina di anni. Oltre al tempo condiviso, di suo mi rimane il libro che ha scritto poco tempo fa e che ho appena finito di leggere. E che mi ha fatto un grande regalo: una sorta di autoassoluzione, perché leggendo i suoi consigli di insegnante (e madre di tre figli) dedicata e competente, ho capito che in fondo non ho poi così sbagliato con quello dei miei figli che a scuola si è incartato e sembrava non dovesse più muoversi da lì. Invece si è mosso eccome, ma ancora oggi io mi chiedo cosa avrei potuto fare, se non per evitare almeno per accorciare quell’incartamento.

Queste pagine, scritte in modo lieve ma intenso, che si leggono in poche ore, contengono un dialogo immaginario, ma neanche poi tanto, tra lei insegnante e uno studente che potrebbe essere mio figlio. E i genitori del ragazzo, la mamma soprattutto, che potrei essere io.

Stiamo dalla stessa parte. È questo che vorrei che capissi. E una tua caduta è anche un mio fallimentoPensando a tua madre, ho capito quanto poco ci capiamo tra noi adulti. E quanto poco ci capite, voi studenti e figli

Ecco, il libro vuole essere uno strumento, pratico perché nato da decenni di esperienza sul campo come genitore e come insegnante, per capirsi e quindi aiutarsi di più. Niente voli pindarici in campo teorico, solo tanti spunti concreti per muoversi nella realtà, talvolta drammatica, sempre dolorosa, del fallimento scolastico, o dell’inizio del fallimento. Cosa possiamo fare noi genitori? Per esempio, ogni giorno, affidarci alla squadra in cui ci troviamo a giocare, composta da noi, dagli insegnanti e dai figli, per “allenarci, nelle zone franche della scuola e della famiglia, all’esercizio della resilienza, cioè di quella capacità sempre più rara di assorbire il dolore di una sconfitta e tramutarlo in qualcosa di nuovo”.

Adesso che le ho imparate sulla mia pelle, tante cose le so, ma durante gli anni di quell’interminabile liceo un libro così mi sarebbe servito. Nella sua semplicità declinata nel quotidiano, mi avrebbe aiutato. Mi ha aiutato anche adesso, nonostante la scuola sia, per me genitore, finalmente finita: avrei potuto fare meglio ma non sono andata poi così male, secondo i suggerimenti di Elena.

I genitori non hanno molto cui aggrapparsi, nell’esercizio del loro ruolo, ma la consapevolezza è già molto. Questo libro aiuta la nostra consapevolezza. E, caso mai volessimo tentare un azzardo, potremmo lasciarlo sul comodino dei nostri figli-studenti: nelle ultime pagine c’è anche un elenco di consigli pratici, praticissimi, per loro, “per quelli che vogliono rimontare”.

Come avatar

Poco più di un anno fa è apparso su Repubblica un bell’articolo di Michela Marzano, dal titolo “Cari ragazzi, la vita non è un clic”, che avevamo tenuto da parte perché volevamo citarlo quando avessimo affrontato il tema, così drammatico per un genitore, dell’incoscienza degli adolescenti; incoscienza che, come abbiamo visto nel penultimo post, ha una base biologica e quindi non eliminabile. L’immaturità del sistema neuronale di un ragazzino di 15 anni, l’assenza di senso critico, la conseguente mancata coscienza delle conseguenze delle sue azioni, la ricerca di una gratificazione quanto più intesa e immediata, tutto ciò contribuisce a esporre i nostri figli al rischio, soprattutto se sono maschi, poiché il testosterone aggiunge un carico di aggressività e spericolatezza.

Ma tutto ciò esiste da quando esiste il mondo. Il cervello degli adolescenti è sempre stato così, anche noi genitori una volta siamo stati così: c’è sempre stata la droga (negli anni Settanta, quando molti di noi sono cresciuti, ce n’era un’infinità), le corse incoscienti in macchina, il fascino di un rapporto malato con il cibo, il sesso libero e promiscuo.

Eppure…

Oggi c’è un elemento in più, nella vita dei nostri figli, di per sé non pericoloso anzi, potenzialmente una risorsa preziosa, ma che rischia di tornare indietro come un boomerang trasformato in machete: la dimensione virtuale, che eleva a una potenza infinita il livello di rischio fisiologicamente connaturato al cervello degli adolescenti.

Come la definisce bene Michela Marzano nel suo articolo, “… È la follia tutta contemporanea della dematerializzazione costante del sé, come se ognuno di noi non fosse altro che un avatar senza carne e privo di sangue; il personaggio di un videogioco che cade ma che poi si solleva, che muore e poi risorge. Un avatar, insomma, privo di corpo. E che non rischia mai di portare su di sé la traccia di ciò che si è o meno attraversato, fatto, sperimentato, condiviso, gioito, sofferto… la virtualizzazione del reale che porta un numero sempre maggiore di giovani a credere che nulla abbia conseguenze irreversibili.”.

 Non riesco a non pensare, in questi giorni di fine anno che di per sé costituiscono un periodo particolare, in cui ci si sente più inclini che in altri momenti agli affetti, alla famiglia, ai bilanci, alle speranze e ai progetti per il futuro, a quelle famiglie che si sono trovate proiettate nell’abisso del dolore a causa proprio di gesti “incautamente sconsiderati” da parte dei propri figli. Tutti noi adulti, sicuramente tutti noi genitori ci stiamo interrogando su come si possano evitare queste tragedie, se si possano evitare. Probabilmente no, ma forse, joining the dots di alcune osservazioni che abbiamo fatto nel corso dei nostri post, si può riuscire a evidenziare una linea di comportamento, una possibilità di intervento, almeno per non confessare la più assoluta impotenza. Partendo dal dato di fatto, scientifico e quindi oggettivo, ineliminabile, della immaturità che contraddistingue il cervello di tutti gli adolescenti, e della necessità delle regole, che abbiamo visto essere indispensabili perché possano trasgredirle e quindi crescere affermando la propria individualità, dobbiamo avere noi genitori ben presente che la realtà virtuale in cui vivono immersi i nostri figli rende loro ancora più difficile capire il senso del limite, del paletto invalicabile. Nel loro mondo, tutto è possibile, ma soprattutto niente ha conseguenze irreversibili: la vita scorre via veloce, leggera, smaterializzata e smaterializzante. Con un clic si apre, con un clic si chiude.

Probabilmente lo abbiamo già detto, in ogni caso lo ripetiamo: oggi è poco diffusa l’etica, intesa come consapevolezza a livello comportamentale di ciò che è bene e ciò che è male, perché l’autorità del padre, che di tale consapevolezza tradizionalmente si fa carico, è scomparsa, “evaporata”. In compenso, si ha una dimensione profondamente aumentata per quello che riguarda l’estetica, una parola che deriva dal verbo greco “sentire”, “provare con i sensi”, e che ci porta diritto nel punto da cui siamo partiti, cioè la necessità di sensazioni forti e intense che spinge gli adolescenti a comportamenti fortemente a rischio.

Allora proviamo ogni giorno a non dimenticarci l’etica e insistiamo sul rapporto causa-effetto, sul senso del limite, sui paletti e sulle regole: enunciamoli, facciamoli sentire come parte integrante del nostro vissuto quotidiano e rispettiamoli noi per primi con l’esempio. Questo nostro atteggiamento non serve a eliminare la trasgressione ma a farla apparire “ad alto costo”: infrangere le regole richiede coraggio perché la sanzione non può essere evitata e, per affrontarla, ci vuole una buona dose di consapevolezza. In occasione di una morte per me molto triste il mio primo maschio, che all’epoca aveva quattro anni, vedendomi piangere per consolarmi mi disse: “Mamma non piangere, guarda che se gli diamo un bacetto si risveglia”.

Ecco. A quattro anni è giusto credere ancora che ci si possa risvegliare dalla morte, come Biancaneve. A 15 no. Perché non siamo avatar e le nostre azioni hanno, nel mondo reale, conseguenze talvolta irreversibili, su noi stessi e sugli altri. Guidiamo i nostri figli su questo crinale sottile e delicato, sin da quando sono piccoli, dosando, come abbiamo già detto più volte, il “guinzaglio” alla lunghezza giusta, né troppo lungo né troppo corto. Non avremo mai la certezza di aver trovato la misura giusta, ma tentare di farlo deve essere il nostro sforzo di ogni giorno per garantire ai nostri figli di giungere, salvi, alla fine del percorso verso l’autonomia.

(La foto, che ho già usato, è del mio  primo figlio maschio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Madri di figli maschi, attente!

Abbiamo già accennato alla figura del bambino imperatore, una figura che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle famiglie contemporanee, per una serie di motivi che abbiamo cercato di spiegare. Il bambino tiranno può essere maschio o femmina, ma il maschio rappresenta una sfida più impegnativa, soprattutto per una madre.

E su questo punto vogliamo aprire una parentesi, non in termini di importanza dell’argomento trattato ma in termini di contesto: come più volte ricordato, in questo blog non ci occupiamo di devianza, e la violenza sulle donne è devianza. Ma è anche un fattore culturale, soprattutto in un Paese fortemente maschilista come il nostro. Allora è qui che ci sentiamo di dover intervenire, sull’onda emotiva della giornata dedicata a questo tema, perché questa è anche l’angolazione particolare da cui guardiamo la genitorialità: il ruolo della madre di figlio maschio. È un ruolo che porta con sé un’altissima responsabilità sociale, perché i nostri figli maschi saranno i compagni di domani. E perché, come tendono a confermare le donne che hanno figli di entrambi i sessi, noi per prime tendiamo a essere più accondiscendenti, spesso in modo non del tutto inconsapevole, con i figli maschi, dando per scontato che una femmina è “più determinata e responsabile”.

Dai focus group che analizziamo nel nostro libro, questa tendenza emerge chiarissima: complice o meno Edipo, il figlio maschio ci prende nella pancia. Ci lasciamo sedurre da lui e ci trasformiamo nella prima donna oggetto nelle sue manine manipolatrici, come potrà serenamente riferire la maggior parte delle sorelle quando diventeranno grandi.

Allora pensiamoci. Ogni volta che stiamo per dire di lui: “Poverino, va un po’ seguito, devo proteggerlo di più, in fondo non è colpa sua” non diciamolo. Non pensiamolo neanche. Cerchiamo invece di vederlo nell’ottica del domani, quando sarà compagno e padre. Conduciamolo sulla strada dell’autonomia esattamente come facciamo con le sue sorelle, o come vorremmo che fosse stato condotto il nostro partner. Non assolviamolo sempre. Non autoassolviamoci.

Ma poiché l’educazione è un percorso di coppia genitoriale, impariamo a rapportarci anche con il padre, in modo sinergico e sintonico: la coppia è quella formata da due adulti, non da madre e figlio. Sappiamo che la famiglia sta cambiando ma non sappiamo dove porterà questa trasformazione: è però possibile individuare un rapporto di causa-effetto tra le varie tipologie di coppie genitoriali e i figli che di queste coppie sono il risultato.

Uno tra i “prodotti” più diffusi sul mercato, lontano dalla devianza anche se potenzialmente pericoloso, è il figlio cresciuto da una madre iperprotettiva e totalmente dedita a lui e da un padre che può essere o padrone (e più il padre è padrone, più la madre si trasforma in campana di vetro sotto cui proteggere il proprio pulcino) o “peluche” (la definizione è di Daniele Novara), cioè senza alcuna propensione al necessario ruolo normativo. In questo caso, il bambino iperprotetto interiorizza rapidamente il senso di proprietà sulla mamma, che si configura come un oggetto molto amato ma altrettanto manipolabile. L’assoluta mancanza di regole, o la possibilità di evitarle grazie allo scudo materno, rende questo bambino molto fragile, lo abitua a essere sempre accontentato, non lo allena a tollerare le frustrazioni e lo espone ad alti livelli di ansia. Da giovane e da adulto, se non interviene la consapevolezza, faticherà a tollerare i NO, faticherà a confrontarsi e ad accettare di non avere il pieno controllo sulla partner. Il rischio della violenza è già vicino.

Diventa invece quasi inevitabile, la violenza, in un’altra tipologia di “prodotto”, quella in cui il rapporto madre-figlio maschio è completamente immerso nella patologia. Il legame tra sofferenze dell’infanzia e disturbi del comportamento adulto è oggi stabilito: la possibilità di abuso è di 20 volte superiore in chi è stato abusato da bambino. Inoltre, poiché per i piccoli di molte specie, tra cui quella umana, la base sicura è la mamma, se questa base sicura viene a mancare si determina un trauma profondo e precoce. Una mamma evitante e poco accudente produce nei suoi cuccioli vistose anomalie comportamentali.  E nei cuccioli maschi, queste anomalie sono di norma caratterizzate da una spiccata inclinazione alla violenza.

Ci sembra che ce ne sia abbastanza, per rendere particolarmente insidioso il mestiere di madre di figlio maschio! Per ora, dunque, lasciamo decantare e, con il prossimo post, ci dedicheremo alla seconda dose…

 

 

Educazione è (anche) sport

Abbiamo chiuso l’ultimo post con la “bestia selvaggia” e da questa ripartiamo! Lo sanno bene le madri di figli maschi, soprattutto se hanno anche figlie femmine: l’adolescente maschio è una bestia selvaggia molto più selvaggia di un’adolescente femmina. Un banale apostrofo fa la differenza, talvolta abissale. Lo confesso, in alcune occasioni ho pensato al titolo di quel film “Speriamo che sia femmina” e mi sono detta che era molto azzeccato: in molte occasioni i miei figli maschi mi hanno destabilizzato, non necessariamente in modo drammatico, ma anche solo con modalità e comportamenti che per me donna sono abbastanza incomprensibili. Dico “incomprensibili” e non “sconosciuti”, perché in parte li avevo già sfiorati durante la mia adolescenza, attraverso i miei compagni di scuola, che vedo ancora oggi a distanza di oltre 30 anni e la cui attuale posizione, nel mondo sociale e professionale, mi ha spesso tranquillizzata. Ripensando a come erano allora quei ragazzi e alle persone che sono oggi mi sono sempre detta, nei momenti di maggior bisogno, che forse anche per i miei figli sarebbe stato così. E in effetti, pare di sì. Dico “pare” perché il mio ultimo non ha neanche 19 anni…

Si può dire che esista una certezza: il cervello dei maschi è diverso da quello delle femmine. A parità di età, educazione, ambiente in cui si vive e via dicendo, non c’è niente da fare: un maschio è diverso. Ed essere consapevoli di questa diversità aiuta moltissimo: oggi come sorella, domani come parte di una coppia e dopodomani come genitore. Abbiamo visto nell’ultimo post che durante l’adolescenza il cervello è fisiologicamente sovraffollato di neuroni, con ampie aree di immaturià e in “disordine”. Se si tratta di un cervello maschile, il disordine è aumentato dal testosterone, che spinge al movimento, alla competizione e a una maggior aggressività.

Con il maschio, quindi, il “tiro a due” di cui abbiamo già parlato risulta più faticoso, soprattutto se dall’altro capo della corda c’è una donna, che sempre più spesso si trova ad affrontare, magari da sola, questa estenuante sfida. Perché magari il padre non c’è, o non vuole esserci, o c’è ma non vuole il faticoso ruolo di educatore. E come sempre quando la forza fisica non è pari, bisogna giocare d’anticipo. Cercando, per esempio, di farsi sostituire ogni tanto all’altro capo della fune e facendo in modo che la “bestia selvaggia” venga saldamente tenuta per la cavezza pur avendo la libertà di scalciare e sgroppare per sfogare almeno un po’ della tensione. Uno dei modi più sani e più efficaci è lo sport. Citiamo due testimonianze, fresche di un’adolescenza non ancora completamente trascorsa.

“Faccio pugilato da quando ho 12 anni – racconta Riccardo, 18 anni – e ritengo che la boxe sia uno tra gli sport più educativi che esistano: la disciplina, il confronto costante con sé stessi, la necessità di poter contare solo sulle proprie capacità e quindi il dover essere sempre presenti e concentrati, aiuta molto chiunque pratichi questo sport, soprattutto durante l’adolescenza, quando siamo confusi riguardo alla nostra identità e non sappiamo bene chi siamo. La boxe ti aiuta a guardarti dentro e a costruirti in modo fermo e stabile, calandoti in un contesto avverso da cui puoi tirarti fuori solo da te. E per farlo non basta conoscere la tecnica: è anche una questione di controllo e soprattutto intelligenza. Queste tre cose devono coesistere e collaborare in una frazione di secondo, mentre si è presi dall’adrenalina, senza un momento di pausa”.

“Per me è stato fondamentale il rugby – spiega invece Davide, 22 anni- Mi ha aiutato tanto a crescere e a essere più sicuro di me. Se in partita riesci a placcare un ragazzo molto più grosso e più pesante di te, fuori dal campo puoi “placcare” qualunque problema incontri! È uno sport molto educativo, il rispetto sta alla base del gioco: rispetto delle regole, rispetto per gli avversari e per l’arbitro e rispetto per i tuoi compagni. È uno sport molto fisico ma molto corretto, in partita siamo avversari ma dopo il fischio finale siamo amici. Alla fine della partita si fa il terzo tempo, dove mangiamo e festeggiamo con la squadra avversaria. Adesso lo insegno ai bambini più piccoli e trovo che il rugby ai “pulcini” possa essere utile per sconfiggere le proprie paure, imparare il rispetto delle regole e degli altri. Attraverso i giochi che facciamo imparano a cooperare e a provare a risolvere i problemi che incontrano”.

Davide e Riccardo raccontano di due sport molto diversi tra loro, uno individuale e uno di squadra, ma che hanno in comune la “fisicità” e una certa dose di aggressività. Le loro parole, però, non sanno né di violenza né di competitività. Per questo crediamo che la loro esperienza sia un utile rimando per tanti loro coetanei e un suggerimento per i loro genitori.

Il cervello “spinoso” dell’adolescenza

Chi c’è dall’altra parte della fune, nel tiro a due che abbiamo tratteggiato nell’ultimo post? O meglio, chi c’è lo vediamo e non ci è completamente estraneo, è tanto cresciuto ma ha ancora qualcosa di quel bambino che conosciamo ormai da anni. Piuttosto, cosa c’è dentro la testa di quel quasi ex bambino?

La domanda non è retorica, ed esiste una risposta precisa, offertaci dalle sempre più accurate e indispensabili neuroscienze, che ci illustrano le caratteristiche comuni a tutti i cervelli degli adolescenti e ci aiutano a capire chi strattona dall’altra parte. È soprattutto il suo corpo a crescere, in un bambino in scadenza, mentre il suo modo di pensare, e dunque di agire, cambia più lentamente: la maturazione del suo cervello ha tempi più lunghi rispetto a quella del corpo.

Vediamo come.

Sulla soglia della pubertà, cioè intorno ai 12 anni, il cervello di un ragazzino è “troppo” ricco di neuroni e di sinapsi . Durante gli anni dell’infanzia le sue cellule e le loro interconnessioni sono cresciute a dismisura, come dimostrano l’apprendimento vorace e la curiosità insaziabile ma disordinata con cui il bambino approccia il mondo .

Sovrabbondanza, dunque, ma anche incompleta maturazione: potremmo dire che neuroni e sinapsi si aggrovigliano in guazzabugli selvaggi.

Quando il numero di neuroni comincia a diminuire, il disordine inizia a dipanarsi e la quantità decresce a favore della qualità: entro i 20/25 anni, il volume della materia grigia è diminuito del 40%, le sinapsi si sono ridotte ma si sono irrobustite e ordinate. In un certo senso, sono diventate più “educate” e più efficienti. Tale processo di “disboscamento” si chiama pruning, che significa “potatura” e proprio come la potatura serve a rendere più forte e quindi a crescere meglio. In questo caso, però, non si tratta di sfoltire una siepe in poche ore: il processo è lunghissimo, si snoda attraverso gli anni di questa fase così delicata della vita, come possiamo dedurre dai comportamenti dei nostri figli.

Questa situazione di eccesso numerico insieme alla incompleta maturazione spiegano bene le tempistiche dello sviluppo del senso morale e del senso del limite che termineranno il loro complesso e articolato cammino verso la maturità solo intorno ai 20 anni, proprio sul finire del pruning. Mentre sotto i 10 anni si rispettano le regole solo per paura della punizione stabilita nei confronti di chi la trasgredisce, dai 13 ai 20 anni inizia molto lentamente a svilupparsi e a rafforzasi il senso del limite e il rispetto delle norme. Quando tale processo sarà completato si rispetteranno le regole per rispondere alle aspettative positive della comunità della quale si condividono i valori e non perché si teme la sanzione prevista.

I nostri adolescenti sono dunque condizionati dall’immaturità dei loro sistemi neuronali. Noi adulti possiamo allora meglio comprendere i comportamenti a rischio, l’assenza di senso critico, del senso del limite e della paura e la ricerca spasmodica del piacere e della gratificazione. Se solo all’inizio dell’adolescenza comincia la fase maturativa dello sviluppo del senso critico , cioè della capacità di percepire e valutare le conseguenze delle proprie azioni, allora è chiaro che l’adolescente è incosciente, in senso letterale, perché non ha piena coscienza delle conseguenze delle sue azioni, ma ha la fortissima attrazione per i comportamenti che gli danno una gratificazione intensa e immediata: ecco perché sino al termine del pruning alcool, sesso e droghe sono, in un certo senso, “obiettivi fisiologici”…

“Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare”, diceva Platone. Aveva sicuramente ragione, come ben sa chi, tutti i giorni, è chiamato a misurarsi al tiro alla fune. Anche se è stanco, anche se non ne ha voglia, anche se vorrebbe abbracciare il suo avversario e pregarlo di smettere. Pensare a cosa passa nella sua testa mentre tira con tutte le sue forze, ci può aiutare: quando rispondiamo ai suoi strattoni, ripetiamoci che in questi momenti stiamo condividendo con lui lo sfoltimento della massa selvaggia di cellule che appesantisce il suo cervello e lo stiamo quindi sostenendo in un faticoso cammino verso una più sostenibile leggerezza.

Foto Yannik Oetiker

Tiro a due

 

 

TIRO A DUE

Ed eccolo qui, l’adolescente che viene da lontano. Un ex bambino che, come abbiamo accennato nel nostro ultimo post, se ha dei genitori che sin da quando era piccolo hanno abdicato al ruolo genitoriale, non riuscirà a orientarsi nel difficile perimetro delle regole e dei confini indispensabili per la convivenza sociale e quindi per il diventare adulti.

Nei focus group che abbiamo condotto prima di scrivere il nostro libro, avevamo avuto diverse testimonianze su questo punto, che sono state riportate nel capitolo intitolato “Delle regole e delle pene”. Ne citiamo qualcuna a titolo esemplificativo:

Mio marito e io siamo figli del ’68 e per questo abbiamo concesso a nostro figlio troppa libertà. Oggi, a 35 anni, ci ha rinfacciato che lui di tutta quella libertà non sapeva cosa farsene, al punto di esserne rimasto destabilizzato. ‘Volevo avere due genitori, noi due amici’, ci ha rimproverato”.

 

L’autonomia di movimento che i miei genitori mi hanno imposto da quando avevo 10 anni mi terrorizzava: ero una bimbetta timida e magrolina, con poca propensione all’avventura. Andare in treno da sola, per esempio, anche se i viaggi erano brevi, era una prova cui avrei rinunciato volentieri. E dire che invece i miei coetanei mi invidiavano…”

 

È sull’onda di queste stesse riflessioni e partendo sempre dal punto di vista dell’adolescente, che più di recente, nel 2015, la psicologa e blogger statunitense Gretchen Schmelzer ha scritto una lettera dal titolo “La lettera che il tuo adolescente non può scriverti”. Ne riportiamo alcuni punti, che fanno capire in modo estremamente efficace come senza un’autorevolezza ben salda di fronte, il faticoso passaggio che porta l’adolescente a cancellare il “dolcissimo bambino” che è stato per tratteggiare il profilo di un giovane adulto diventa ancora più doloroso.

 

Allora, quando capita che il conflitto che ci si para davanti ci risulti insostenibile, perché siamo stanchi o preoccupati su altri fronti, cerchiamo dentro di noi l’energia necessaria per affrontarlo. Perché solo accettando il conflitto senza porgere l’altra guancia aiutiamo nostro figlio a diventare grande. E se a tirare un capo della fune c’è un adolescente maschio, il competitor migliore per lui sarà il padre o, in sua vece, altri maschi adulti: un allenatore sportivo, un insegnante, il prete open minded dell’intramontabile oratorio.

 

Caro Genitore,

di questa battaglia in cui siamo ora io ne ho bisogno. Io ho un bisogno disperato di questa lotta.

Ho bisogno di questo conflitto, anche se, nello stesso momento, lo detesto. Non importa nemmeno su cosa stiamo a litigare: sull’ora di rientro a casa, sui compiti, i vestiti sporchi, sulla mia stanza disordinata, sull’uscire, sul restare a casa, sull’andare via di casa, vivere in famiglia, fidanzato, fidanzata, sul non avere amici, o sull’avere cattivi amici. Non ha importanza. Ho bisogno di litigare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.

Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che lo mantieni forte mentre io strattono l’altro capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli e punti d’appoggio per vivere questo mondo nuovo in cui mi ritrovo. Prima sapevo chi ero, chi eri tu, chi eravamo noi. Adesso non lo so più. In questo momento sono alla ricerca dei miei confini e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune con te. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. Lo so che ti manca quel dolcissimo bambino che ero. Lo so, perché quel bambino manca anche a me e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto così doloroso in questo momento.

Per favore, resta dall’altro capo della fune. Sappi che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.

 

Una prospettiva inquietante

L’ultimo post, frutto della bolla del matrimonio della mia primogenita, si conclude con una domanda, ironica ma non troppo, che mi è uscita così, senza che neanche la pensassi. Forse perché più che un interrogativo esprima un’ansia, una paura: sono stata, noi genitori siamo stati in grado di crescere dei figli socialmente sostenibili, cioè in grado di corrispondere alle aspettative della società e quindi competitivi sul mercato? La domanda, per me madre anche di due figli maschi, è ancor più rilevante; ma per quanto riguarda il punto di vista materno sul prodotto “figlio maschio”, ne parleremo nel corner di questo blog in altro momento.

Per adesso, soffermiamoci sul prodotto in sé, indipendentemente dal genere. Un giovane adulto, che si incammina per la sua strada, da solo o in coppia, auspicabilmente con una massiccia rete sociale di protezione intorno a sé: amici, parenti, legami profondi e duraturi, in grado di incoraggiare e sostenere una resilienza d’acciaio. Per ottenere tutto ciò, che rappresenta il patrimonio intangible di ciascun individuo, è necessario che lo sforzo educativo dei genitori inizi da subito, da quando ci si ritrova con il neonato tra le braccia. Il tempo per gettare le basi su cui si costruirà la sua individualità è molto meno di quello che la maggior parte di noi pensa: Freud aveva stabilito sei anni, ma le neuroscienze hanno dimostrato che le mappe cognitive ed emotive di ognuno di noi si formano nei primi tre anni di vita. Poi basta, quello che c’è c’è. Tre anni corrispondono a mille giorni, proprio come recitava una pubblicità del Carosello quando ero piccola: lo slogan di un’azienda di prodotti per l’infanzia cantava “Per i mille giorni che contano…”

Mille giorni sono pochissimi, ma a quanto pare interiormente noi “siamo” quei mille giorni: poi faremo esperienza del mondo, ma il modo in cui lo affronteremo, e soprattutto il modo in cui lo vivremo emotivamente, è quello che si è consolidato entro i tre anni. Ora mettiamo al centro di questo contesto un adolescente: se il bambino che è stato, e che all’improvviso non c’è più, era un bambino abituato a confrontarsi continuamente e positivamente con regole e confini, questo adolescente saprà misurarsi, cognitivamente ed emotivamente, con regole e confini, anche se in modo parziale e poco visibile perché l’adolescenza è il momento dello strappo e della trasgressione.

Se invece abbiamo cresciuto un “bambino imperatore” comanda lui, rifiuta le regole, fa capricci di cui ci vergogniamo e noi genitori facciamo sempre più fatica a cavarcela. Non riusciamo più a venirne fuori, perché abbiamo abdicato al nostro ruolo genitoriale ogni giorno, lentamente ma inesorabilmente.

Relazionarsi ora con quell’adolescente sarà molto più difficile. E ancora più difficile sarà trasformare quell’adolescente in un giovane adulto socialmente sostenibile.

Ma cos’è esattamente un bambino imperatore? Lo descrive bene lo psicoanalista Paolo Roccato, anche se in realtà tutti ne abbiamo incontrato almeno uno sulla nostra strada: si tratta di quei bambini (e ragazzi) che ci capita di osservare guardandoci intorno chiedendoci “Ma dove sono i suoi genitori”? Perché il bambino disturba, supera i limiti, invade gli spazi altrui e nessuno lo contiene. Sono bambini (e ragazzi) perennemente irrequieti e capricciosi perché mai abituati ad aspettare e a sopportare la benché minima frustrazione. Sono bambini (e ragazzi) incontenibili, arroganti e prepotenti, incapaci di cooperare, abili solo a pretendere.

Bambini imperatori non lo si nasce, lo si diventa. Grazie a noi genitori che, cercando di evitare quanto più possibile fatica, conflitti e discussioni, abbiamo puntato alla felicità del momento, nostra e del nostro bambino.

Ecco perché diciamo sempre che l’adolescente viene da molto lontano: è quel bambino lì, anche se stentiamo a riconoscerlo.

Migliorare una relazione, di qualunque natura essa sia, è sempre possibile se siamo disposti a lavorare su noi stessi. Quindi, anche nei confronti di nostro figlio adolescente, per quanto possa essere l’evoluzione del piccolo tiranno che abbiamo allevato, acquistando consapevolezza dei nostri e dei suoi comportamenti possiamo intervenire per spezzare certe dinamiche.

 

E non ti accorgi

Ci si abitua a loro ancor prima di vederli, portandoli per tutti quei mesi nella pancia. In fondo, anche per i papà è un po’ così, ci si interfacciano per interposta persona, li vedono crescere in un luogo che riesce ad assumere dimensioni stupefacenti e che accarezzano quasi con devozione.

Poi eccoli lì, e tutti noi genitori conserviamo nella nostra memoria, come se fosse accaduto un attimo fa, il momento in cui li abbiamo visti per la prima volta.

E da quel momento cominciano a crescere, come una matrioska al contrario, dal piccolo al grande, e prima scompare il neonato, poi il bambino, poi anche l’adolescente se ne va per lasciare il posto al giovane adulto.

Non sono stata in vacanza, nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo post. Ho seguito, neanche troppo da vicino perché lei è autonoma, la mia prima bambina, che si è trasformata in una sposa radiosa. Per qualche settimana ho vissuto in una bolla di emozioni travolgenti, in fondo non so neanche bene perché, visto che conviveva già da diversi anni.

 

Ho riflettuto a lungo, se sia stata più forte l’emozione di vederla per la prima volta neonata o quella di ammirarla sposa. E credo di propendere per la seconda possibilità. Perché al suo matrimonio, intorno a lei c’erano tutte le persone che l’hanno accompagnata da quando è venuta al mondo, o che hanno condiviso con lei il diventare grandi. Essere dentro un rito è già di per sé un momento importante, ma percepire mia figlia, i suoi fratelli, la nostra famiglia e tutti gli amici come parte di un unicuum affettivo è stata un’esperienza profonda e bellissima.

Che mi conferma quello che ho sempre pensato; forse più sperato che pensato… E cioè che chi semina alla fine raccoglie. Che i nostri figli sono davvero lo specchio nostro. E a me quello che ho visto riflesso in quest’occasione è piaciuto moltissimo.

 

Adesso la vera domanda è: qualcuna si prenderà anche i due maschi?

 

Figli e padri

La ripetizione del titolo dell’ultimo post ma con i termini invertiti non vuole essere un gioco di parole ma ha l’obiettivo di spostare l’attenzione tra i due ruoli protagonisti, quello del padre e quello del figlio. Nel post precedente, a venire prima è il padre perché è la figura attiva intorno alla quale ruota l’articolo: cosa sarebbe bene facessero i padri per.

Oggi invece partiamo dai figli: cosa succede ai figli se i padri non.

A livello di letteratura, scientifica e divulgativa, è stato detto moltissimo sulla figura del padre (qualche suggerimento lo trovate anche nella nostra sezione bibliografica). Senza voler entrare nel merito e nel dettaglio di un argomento così vasto e complesso, possiamo partire da quello che viene presentato come un dato di fatto oggettivo,cioè la perdita dell’ autorità e dell’autorevolezza paterne. Entrambi questi termini derivano dal latino augere, che significa “crescere, accrescere, arricchire”; il loro senso riferito all’educazione è quindi molto chiaro.

L’autorità e l’autorevolezza hanno a che fare con l’etica, cioè quella dottrina che si occupa del comportamento umano riferito alle scelte morali e che è stata tradizionalmente incarnata dalla figura del padre. Detto così sembra un concetto filosofico difficile e astratto, ma ci viene in aiuto proprio un filosofo, Kierkegaard, quando nel suo libro “Aut-aut” racconta questo di suo padre:

La mia infanzia è stata fortunata… mi ricorda mio padre, che mi ha insegnato che la cosa principale è l’impressione totale dei doveri, non la loro molteplicità. La moltitudine dei doveri svuota e rimpiccolisce l’individuo. Da bambino ero felice perché non avevo mai tanti doveri, ma uno solo… Sapevo che il mio compito era andare a scuola. D’altra parte godevo la mia libertà, conoscevo un dovere solo, quello di badare alla mia scuola, e a questo riguardo ero io il solo responsabile. Ero esente da ogni rimbrotto paterno. Non mi domandava mai delle mie lezioni, non me le provava mai, non guardava mai i miei compiti, non mi ricordava mai che era ora di studiare, o che era ora di smettere, non veniva mai in aiuto alla coscienza dello scolaro. Se dovevo uscire, mi chiedeva prima se avevo il tempo di farlo; ma questo lo decidevo io, non lui, e le sue domande non indugiavano mai sui particolari. Che egli d’altra parte si interessasse molto di quello che facevo ne sono sicuro, ma non se ne faceva mai accorgere perché il mio spirito potesse maturare con la coscienza della propria responsabilità. Così ricevetti un’impressione profonda del fatto che esiste qualcosa che si chiama dovere, e che ha un valore eterno”.

Un esempio quotidiano, che riguarda tutti noi, genitori e figli, e spiega in modo chiaro cos’è la dimensione etica che dovremmo veicolare attraverso l’educazione. Oggi invece, dice Pietropolli Charmet “Con la perdita del padre, il custode dell’etica della crescita, del rispetto delle leggi e delle tradizioni, al contesto etico i nostri figli preferiscono il contesto estetico (che, semplificando, potremmo deifnire come la “dimensione del bello”). Scomparsa l’autorità del padre i bambini, gli adolescenti e i post-adolescenti hanno preso il potere”. E cercano di riempire gli spazi lasciati vuoti con i mezzi che hanno a disposizione: il gruppo dei pari e internet.

Questa lunga, e spero non troppo tecnica premessa, è la base di partenza per le nostre prossime riflessioni, che si concentreranno sul gruppo dei pari, la struttura e il funzionamento dei loro cervelli, il loro modo di cavalcare le onde e le mode del web. Che, sempre più spesso, tende a trasformarsi in Far Web (la definizione è di Alessia Cruciani, giornalista e autrice di libri per ragazzi).

Padri e figli

Dopo la parentesi di ben due post dedicati all’importanza di non spianare troppo la strada ai nostri figli (è uno dei temi centrali dell’educazione, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo, quindi ci torneremo su spesso), riprendiamo da dove eravamo rimasti nel post sulla lettura al maschile, cioè dall’importanza della presenza del padre nel percorso educativo dei figli.

Ancora una volta, partiamo dall’infanzia e partiamo dalla Svezia, dove il congedo parentale dei padri è identico, dal 1974, a quello delle madri, per un totale di 480 giorni. Ne usufruisce oltre il 70% dei papà.

In Italia, il congedo parentale previsto per i padri è di soli quattro giorni obbligatori. Ci sono dei casi in cui il periodo si può estendere, ma solo se:

  • la madre è morta o è gravemente ammalata
  • la madre ha abbandonato il bambino
  • il bambino è stato affidato esclusivamente al padre
  • la madre ha espressamente rinunciato al diritto di congedo di maternità, eventualità possibile solo in caso di adozione o affidamento.

Una equa e completa alternanza con i compiti che di solito svolgono le donne, ha più di un’implicazione di assoluta rilevanza. Intanto, calarsi fisicamente e quotidianamente nel ruolo dell’altro sesso significa andare in concreto verso l’uguaglianza di genere. Inoltre, la presenza assidua dei papà vicino ai figli sia maschi sia femmine, sin dalla primissima infanzia, contribuisce a gettare le basi per una relazione profonda con la compagna e con i figli e questa profondità sarà di grande aiuto quando i bambini, diventati adolescenti, avranno bisogno di essere contenuti soprattutto dal padre ma anche supportati da una coppia genitoriale coesa e coerente. Soprattutto quando, una volta iniziata la pubertà, il cervello dei maschi verrà inondato di testosterone, che indurrà comportamenti completamente diversi da quelli femminili: sono spinti alla sfida, alla competizione, al bisogno di essere rispettati e di occupare il gradino più alto nella gerarchia del gruppo. Riuscire a contenerli sarà più facile per un maschio adulto, che è per natura simile e che probabilmente ha avuto le stesse reazioni in adolescenza, rispetto a quanto non lo sia per una donna. Per questo gettare le basi, sin dalla nascita, per una relazione più profonda con i propri figli rappresenta un investimento a lungo termine, che sarà di grande aiuto in quella delicata fase che segna il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

P.S. Il titolo l’ho rubato alla letteratura russa, si chiama così uno dei romanzi di Turgenev.