Il metodo holding, l’abbraccio che contiene

Abbiamo già toccato il tema dell’importanza del contatto fisico per far crescere i nostri figli più sicuri e sereni. Ma vale la pena soffermarsi ancora il tempo di un post per vedere più da vicino come utilizzare , attraverso una vera e propria tecnica corporea,  un semplice abbraccio per trasformarlo in un gesto terapeutico. Si chiama “Metodo holding” (dove holding qui significa “dell’abbraccio”) ed è stato creato quasi 50 anni fa negli Stati Uniti, dalla dottoressa Martha Welch, psicoterapeuta. È stata lei a capire per prima che un abbraccio non solo crea benessere e conforto,  ma è di grande utilità sia per lenire sofferenze psichiche e fisiche gravi (di cui noi però non ci occupiamo) sia per contenere, passando dalla patologia alla fisiologia, la rabbia e i capricci, oppure i momenti di angoscia e di disperazione dei nostri figli. Figli che possono essere  neonati, o bambini di pochi anni ma anche adolescenti o addirittura già adulti. Proprio pochi giorni fa, in una situazione di grande difficoltà emotiva, ho abbracciato mia figlia di 27 anni, in silenzio perché tanto non c’era niente da dire e quell’abbraccio diceva già tutto: ti voglio bene, ci sono qui io, lasciati andare, vedrai che tutto si risolverà.

Perché l’abbraccio sia efficace, l’adulto che lo attua deve essere calmo e sereno, altrimenti rischia di trasmettere lui per primo quell’ansia che il figlio non riesce a elaborare. Se il bambino è piccolo, meglio accompagnare l’abbraccio con frasi rassicuranti, che suonino alle sue orecchie come un mantra. È meno facile di quello che sembra, perché non sempre chi è in preda a sentimenti ed emozioni negative, che non riesce a controllare, capisce di aver bisogno di essere rassicurato. Anzi, spesso tenta di sfuggire a quell’abbraccio. Per questo è necessario che l’adulto sia consapevole e motivato e non ceda di fronte alle prime difficoltà. Soprattutto se sta facendo i capricci, il bambino tenterà di divincolarsi, di fuggire via, urlerà, piangerà ancora più forte, ma se l’abbraccio sarà forte e saldo, alla fine cederà, si lascerà andare e si placherà.

Uno studio recente condotto dall’Istituto di ricerca Burlo Garofolo di Trieste ha dimostrato che  i bambini abbracciati dalla mamma o dal papà percepiscono meno il dolore fisico. Un abbraccio quindi “guarisce” o perlomeno attenua il dolore e la sofferenza. Un gesto semplice e spontaneo, un risultato così grande.

Sarà più facile abbracciare i nostri figli finché sono piccoli, poi man mano che crescono le occasioni in cui ci sarà bisogno del “metodo holding” diventeranno più rare ma più profonde e complesse da gestire. Non per questo, cambierà il nostro abbraccio che, come ho potuto sperimentare sui miei figli ormai grandi, avrà sempre la stessa funzione: accogliere qualcuno che, anche solo per un attimo, si abbandona completamente e si affida a noi. Una responsabilità enorme, che cresce forse insieme ai corpi dei nostri figli, ma anche un’emozione fortissima, che ci restituisce in un attimo il senso di essere genitori.

L’autonomia e i pensieri magici

Il pensiero magico nasce con noi e ci accompagna, con le sue rassicuranti certezze, per lungo tempo. Fino a quando, volenti o nolenti, ci ritroviamo adulti e dobbiamo abbandonare i pensieri magici, per lasciare il posto ai più freddi e scomodi pensieri razionali. Questi ultimi, però, sono indispensabili per affrontare in modo efficace la realtà: una delle life skillimprescindibili indicate dall’Oms per affrontare il mondo in modo adulto è la capacità di problem solving.

Come si comincia a costruire questa capacità? Il suo consolidamento è inversamente proporzionale alla resistenza dei pensieri magici, che sono la dimensione dominante nel mondo infantile.

Per il bambino piccolo, infatti, non esistono responsabilità, qualcuno agisce magicamente nell’ombra e gli fa trovare il mondo a posto: i giochi riordinati, la biancheria sporca lavata e stirata, il cibo cucinato e così via.

Questa comfort zone tende ben presto a ridursi, perché non appena impariamo a muoverci da soli e a comunicare con l’esterno veniamo richiamati ai nostri doveri, che saranno commisurati alle nostre capacità: a un bambino di 4 anni verrà richiesto di mettere in ordine i giochi, a uno di 8 di dare una mano ad apparecchiare, a un ragazzino di 14 di caricare la lavastoviglie. Per la lavatrice, forse è meglio aspettare i 16 …

Abbandonare il pensiero magico è faticoso e doloroso, perché significa accettare l’idea, niente affatto seducente, della fatica e delle regole. Il pensiero magico è l’antidoto infallibile e irresistibile contro regole: se chiudo forte gli occhi e penso che qualcuno farà i compiti per me, accadrà e poi basterà dimenticarsene.

Attenzione, quindi, al fascino seduttivo della magia: spesso non sono solo i figli a crederci, ma anche noi genitori. Dunque, ancoriamoci bene noi genitori al principio di realtà e ricordiamoci ogni giorno che la fatica di pretendere il riordino dei giochi, le mutande nel cestino dei panni sporchi, la programmazione dei compiti… è il prezzo che dobbiamo pagare per uno dei più grandi regali che possiamo fare ai nostri figli: la conquista graduale e progressiva dell’autonomia.

Tutte le volte che ci sostituiamo a loro perché siamo più veloci ed efficaci… li priviamo di una parte di quel dono.

Se il fiocco è azzurro

 

 

 

L’affermazione del cromosoma X o Y per le madri è spesso stata fonte d’ansia: la delusione e il senso di frustrazione dei padri per una figlia femmina, infatti, li hanno sempre scontati le donne. Anche se a determinare il sesso del nascituro è lo spermatozoo…

L’aborto selettivo è tuttora una drammatica realtà in alcune zone geografiche del mondo; noi italiani, che possiamo sempre vantare alcuni aspetti dell’indole nazionale più solari di altri popoli, ci limitiamo ai proverbi, tipo “Figlia femmina, nuttata persa”.

Io ho una figlia femmina e due maschi. Non ho un figlio preferito: ho motivi di scontro e incontro con tutti e tre, direi in egual misura, salvo che uno è ancora “piccolo” e quindi con lui il rapporto non è tra adulti, come con gli altri due.

Però ho maturato una certezza, in questi anni di maternage: che per una donna crescere un figlio maschio è una fatica mostruosa. Perché richiede strumenti che noi non abbiamo: le corna e il testosterone per scontarsi e solo così crescere, un cervello che funziona in modo diametralmente opposto al nostro (e non vorrei sembrare ripetitiva, ma anche su questo fronte consiglio la lettura de Il cervello delle donne), un sesso diverso dal nostro, da cui deve staccarsi per diventare altro.

Mica poca roba, per una madre (e sicuramente anche per un figlio), per di più in una società dove le figure maschili di riferimento sono sempre più rare. E dove uno stuolo di nuore in fieriaspetta schierato in assetto da guerra un compagno che, in linea di massima, tende a godere ancora dell’ingombrante presenza di una madre che è inevitabilmente, visceralmente iperprotettiva.

Io mi sono impegnata, a crescere i miei figli maschi pensando di farne anche dei bravi partner, ma non so se ci sono riuscita.

Non sto neanche cercando di mettere le mani avanti. Quello che volevo dire è che, se dovessi avere oggi un altro figlio “spererei che sia femmina”…