Figli e padri

La ripetizione del titolo dell’ultimo post ma con i termini invertiti non vuole essere un gioco di parole ma ha l’obiettivo di spostare l’attenzione tra i due ruoli protagonisti, quello del padre e quello del figlio. Nel post precedente, a venire prima è il padre perché è la figura attiva intorno alla quale ruota l’articolo: cosa sarebbe bene facessero i padri per.

Oggi invece partiamo dai figli: cosa succede ai figli se i padri non.

A livello di letteratura, scientifica e divulgativa, è stato detto moltissimo sulla figura del padre (qualche suggerimento lo trovate anche nella nostra sezione bibliografica). Senza voler entrare nel merito e nel dettaglio di un argomento così vasto e complesso, possiamo partire da quello che viene presentato come un dato di fatto oggettivo,cioè la perdita dell’ autorità e dell’autorevolezza paterne. Entrambi questi termini derivano dal latino augere, che significa “crescere, accrescere, arricchire”; il loro senso riferito all’educazione è quindi molto chiaro.

L’autorità e l’autorevolezza hanno a che fare con l’etica, cioè quella dottrina che si occupa del comportamento umano riferito alle scelte morali e che è stata tradizionalmente incarnata dalla figura del padre. Detto così sembra un concetto filosofico difficile e astratto, ma ci viene in aiuto proprio un filosofo, Kierkegaard, quando nel suo libro “Aut-aut” racconta questo di suo padre:

La mia infanzia è stata fortunata… mi ricorda mio padre, che mi ha insegnato che la cosa principale è l’impressione totale dei doveri, non la loro molteplicità. La moltitudine dei doveri svuota e rimpiccolisce l’individuo. Da bambino ero felice perché non avevo mai tanti doveri, ma uno solo… Sapevo che il mio compito era andare a scuola. D’altra parte godevo la mia libertà, conoscevo un dovere solo, quello di badare alla mia scuola, e a questo riguardo ero io il solo responsabile. Ero esente da ogni rimbrotto paterno. Non mi domandava mai delle mie lezioni, non me le provava mai, non guardava mai i miei compiti, non mi ricordava mai che era ora di studiare, o che era ora di smettere, non veniva mai in aiuto alla coscienza dello scolaro. Se dovevo uscire, mi chiedeva prima se avevo il tempo di farlo; ma questo lo decidevo io, non lui, e le sue domande non indugiavano mai sui particolari. Che egli d’altra parte si interessasse molto di quello che facevo ne sono sicuro, ma non se ne faceva mai accorgere perché il mio spirito potesse maturare con la coscienza della propria responsabilità. Così ricevetti un’impressione profonda del fatto che esiste qualcosa che si chiama dovere, e che ha un valore eterno”.

Un esempio quotidiano, che riguarda tutti noi, genitori e figli, e spiega in modo chiaro cos’è la dimensione etica che dovremmo veicolare attraverso l’educazione. Oggi invece, dice Pietropolli Charmet “Con la perdita del padre, il custode dell’etica della crescita, del rispetto delle leggi e delle tradizioni, al contesto etico i nostri figli preferiscono il contesto estetico (che, semplificando, potremmo deifnire come la “dimensione del bello”). Scomparsa l’autorità del padre i bambini, gli adolescenti e i post-adolescenti hanno preso il potere”. E cercano di riempire gli spazi lasciati vuoti con i mezzi che hanno a disposizione: il gruppo dei pari e internet.

Questa lunga, e spero non troppo tecnica premessa, è la base di partenza per le nostre prossime riflessioni, che si concentreranno sul gruppo dei pari, la struttura e il funzionamento dei loro cervelli, il loro modo di cavalcare le onde e le mode del web. Che, sempre più spesso, tende a trasformarsi in Far Web (la definizione è di Alessia Cruciani, giornalista e autrice di libri per ragazzi).

Padri e figli

Dopo la parentesi di ben due post dedicati all’importanza di non spianare troppo la strada ai nostri figli (è uno dei temi centrali dell’educazione, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo, quindi ci torneremo su spesso), riprendiamo da dove eravamo rimasti nel post sulla lettura al maschile, cioè dall’importanza della presenza del padre nel percorso educativo dei figli.

Ancora una volta, partiamo dall’infanzia e partiamo dalla Svezia, dove il congedo parentale dei padri è identico, dal 1974, a quello delle madri, per un totale di 480 giorni. Ne usufruisce oltre il 70% dei papà.

In Italia, il congedo parentale previsto per i padri è di soli quattro giorni obbligatori. Ci sono dei casi in cui il periodo si può estendere, ma solo se:

  • la madre è morta o è gravemente ammalata
  • la madre ha abbandonato il bambino
  • il bambino è stato affidato esclusivamente al padre
  • la madre ha espressamente rinunciato al diritto di congedo di maternità, eventualità possibile solo in caso di adozione o affidamento.

Una equa e completa alternanza con i compiti che di solito svolgono le donne, ha più di un’implicazione di assoluta rilevanza. Intanto, calarsi fisicamente e quotidianamente nel ruolo dell’altro sesso significa andare in concreto verso l’uguaglianza di genere. Inoltre, la presenza assidua dei papà vicino ai figli sia maschi sia femmine, sin dalla primissima infanzia, contribuisce a gettare le basi per una relazione profonda con la compagna e con i figli e questa profondità sarà di grande aiuto quando i bambini, diventati adolescenti, avranno bisogno di essere contenuti soprattutto dal padre ma anche supportati da una coppia genitoriale coesa e coerente. Soprattutto quando, una volta iniziata la pubertà, il cervello dei maschi verrà inondato di testosterone, che indurrà comportamenti completamente diversi da quelli femminili: sono spinti alla sfida, alla competizione, al bisogno di essere rispettati e di occupare il gradino più alto nella gerarchia del gruppo. Riuscire a contenerli sarà più facile per un maschio adulto, che è per natura simile e che probabilmente ha avuto le stesse reazioni in adolescenza, rispetto a quanto non lo sia per una donna. Per questo gettare le basi, sin dalla nascita, per una relazione più profonda con i propri figli rappresenta un investimento a lungo termine, che sarà di grande aiuto in quella delicata fase che segna il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

P.S. Il titolo l’ho rubato alla letteratura russa, si chiama così uno dei romanzi di Turgenev.

 

 

 

 

Noi, genitori bulldozer

Si vede che proprio non riusciamo a rispettare il nostro calendario editoriale. Le riflessioni sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri nell’educazione aspetteranno lo spazio di un altro post dedicato a entrambi i genitori e alla loro “invadenza” in campo scolastico. Questa volta a parlare non saremo noi, ma un testimonial di tutt’altro spessore e autorevolezza.

Umberto Galimberti.

Intervistato nell’aprile del 2018 da Byoblu sul tema dell’inadeguatezza della scuola rispetto alla formazione dei ragazzi (https://www.youtube.com/watch?v=exxZOvgzyaw), Galimberti usa toni molto forti e tranchant nei confronti dei genitori. Ancora una volta, come sempre succede quando si tratta di riflettere sull’educazione dei nostri figli, il primo passo da fare è quello di metterci in discussione, chiedendoci perché facciamo così fatica a liberare gli spazi che spetterebbero di diritto a loro, gli adolescenti che cercano di formarsi, in questo caso specifico sui banchi di scuola.

Galimberti ha più volte ribadito la necessità che i genitori stiano lontani dalla vita e dalla comunicazione scolastica dei ragazzi, soprattutto le madri. Si chiede infatti, in un suo articolo del 27 ottobre 2018, pubblicato su D la Repubblica: “Ma queste madri pensano alla loro vita o si dedicano ossessivamente a quella dei loro pargoli, con la loro incombente protezione che ne rallenta la crescita?

In tanti ormai,  educatori, psicologi, psicopedagogisti, giornalisti e via dicendo, stanno da tempo puntando il dito contro la tendenza all’iperprotezione da parte dei genitori contemporanei, iperprotezione evidente soprattutto nella scuola, dove agli insegnanti viene richiesto, in modo sempre più aggressivo, di rimuovere qualunque ostacolo sul cammino dei nostri figli. Che, in questo modo, non impareranno mai a superarli da soli, gli ostacoli e le difficoltà.

Il video integrale dell’intervista a Galimberti dura circa 40 minuti. Prendetevi il tempo e l’attenzione per ascoltarlo tutto. E se proprio non li trovate, andate sulla nostra pagina Fb #Adolescenza e autonomia e guardatevi l’estratto. Anche noi, in fondo, ci adeguiamo alla tendenza e cerchiamo di risparmiarvi la fatica…

 

 

 

Una nuova frontiera

UNA NUOVA FRONTIERA

Il nostro calendario editoriale, cioè la scadenza degli argomenti da affrontare avrebbe previsto a questo punto una serie di articoli sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri, soprattutto nell’educazione dei figli maschi.

Interrompo questa scaletta per una parentesi. Pochissimi giorni fa un’università pubblica a Milano, attraverso la pratica ormai consolidata dell’open day (ammetto di non sapere che lo facessero anche le università, pensavo fosse ad uso e consumo delle sole scuole medie superiori) ha aperto le porte agli studenti. E fin qui, niente di strano. Ho trovato invece bizzarro che il titolo sotto cui viene pubblicizzato on line tale evento sia “Iniziative per i genitori”. Scopro che si tratta di un appuntamento annuale, rivolto ai genitori per “riflettere insieme su come accompagnare le scelte di studio dei propri figli”.

Mi si apre un mondo di cui ignoravo l’esistenza: ma ancora i genitori nella scuola, ad accompagnare figli ormai maggiorenni? È davvero necessario, come recita lo slogan di un’altra università, che “Scegli tu! Ti aiuto io”?

Ho fatto il liceo negli anno Settanta, anni non facili, eppure i miei genitori raramente si vedevano a scuola, giusto per qualche colloquio con gli insegnanti. E non è che facessero parte di una classe socialmente disagiata, che si disinteressava dell’educazione dei figli: semplicemente, noi studenti ci appropriavamo man mano che gli anni e le classi avanzavano, della responsabilità scolastica, del rapporto con gli insegnanti, dei nostri risultati, delle nostre scelte, insomma, ci avviavamo a diventare grandi. E perché ciò potesse avvenire, il distacco dai genitori doveva aumentare sempre di più.

Ho fatto un rapido sondaggio: nessuno, ma proprio nessuno dei genitori dei miei amici ha mai neanche lontanamente pensato di mettere un piede dentro l’università. Sulla cui scelta, invece, molti di noi hanno ampiamente discusso in famiglia: ma la condivisione non implicava la partecipazione diretta, in loco per così dire.

Oggi invece sono sempre di più i genitori che si occupano in prima persona della vita universitaria dei loro figli. spiega una docente dell’Università Cattolica di Milano- E non solo per chiedere un consiglio sull’orientamento degli studi dei propri figli, o per accompagnarli agli open day, ma in qualche caso anche per seguirli al ricevimento del docente relatore di tesi. Si ha la sensazione che il ruolo sempre più presente e “protettivo” dei genitori, che fino ad ora caratterizzava buona parte del rapporto scuola-famiglia fino alle superiori (comprese) si stia ora rapidamente diffondendo anche all’Università. Non riguarda la maggioranza dei casi, ma certamente una tendenza c’è. Come se l’essere adulti sia uno status che ancora non riguarda gli studenti, ma sempre e solo i genitori”.

E mentre sto scrivendo di università, mi viene in mente un altro dato, ugualmente agghiacciante, che ho letto l’anno scorso e che riguarda uno degli altri fronti di cui mi occupo (la lettura come strumento contro l’analfabetismo di ritorno):

Da troppo tempo i ragazzi scrivono e parlano male in italiano. I loro errori di ortografia potrebbero essere ammissibili solo e non oltre la III elementare”. Così denunciava, all’incirca un anno fa, un gruppo di 600 docenti universitari.

È probabile che tra i due dati, la presenza dei genitori all’università e gli errori di ortografia degli studenti universitari, non ci sia alcuna correlazione diretta.

Ma un pensierino su quanto i genitori di oggi riescano ad occupare tutti gli spazi della vita del proprio figlio, dilatando nel tempo la loro azione protettivo-invasiva, secondo me si può fare…

(Nella foto: l’unica occasione in cui ho accompagnato mia figlia all’università)

Per una lettura al maschile

PER UNA LETTURA AL MASCHILE

 

Rimanendo sul tema di una genitorialità gender free, proponiamo in questo post una riflessione su un argomento che ci sta molto a cuore: l’importanza della lettura (se siete interessati ad approfondire, potete vedere la pagina Facebook Liberhub), intesa non solo come valore culturale ma anche come atto pedagogico.

Da ormai molti anni, in Italia si è consolidata l’iniziativa “Nati per leggere” che, insieme all’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, promuove le lettura ad alta voce da parte dei genitori ai propri bambini da 0 a 6 anni. Grazie a un paziente lavoro di diffusione e informazione, si va sempre più consolidando la convinzione che le attività di lettura siano fondamentali per lo sviluppo cognitivo dei bambini e per il rafforzamento del rapporto empatico tra genitori e figli.

Meno conosciute sono le implicazioni delle più recenti indagini sulla relazione tra il mancato supporto paterno e il ridotto interesse di ragazze e ragazzi per i libri. Su questo fronte trovo molto interessante un articolo di Maria Elena Scotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento Scienze Umane per l’ Educazione), che affronta l’argomento. Lo studio, dal titolo “Padri che leggono ai figli: uno studio esplorativo”, è stato pubblicato su Orientamenti pedagogici (vol. 64, n.1, 2017) e parte dallo sconfortante dato che in generale in Europa gli uomini leggono meno delle donne. Questa mancata propensione alla lettura da parte dei maschi sembra influire sullo scarso interesse di ragazzi e ragazze verso i libri: infatti, minore è il coinvolgimento della figura paterna nelle attività di lettura dei figli, minore sarà la predisposizione di questi ultimi a diventare lettori, soprattutto se si tratta di figli maschi. E così si perpetua la condizione attuale, che vede la lettura come un’attività prettamente femminile e, in ambito familiare, legata alla figura materna: in questo modo, si consolida l’idea, condivisa da un ragazzo su 5, che “leggere sia un’attività più adatta alle ragazze” (Boy’s reading commission, 2012, p. 25). Proprio per aumentare l’investimento maschile sulla lettura, le associazioni impegnate su questo fronte stanno rivolgendo la loro attenzione verso i padri. In Svezia, già nel 1990 è nato il progetto “Leggi per me, papà!”, inizialmente rivolto soprattutto agli immigrati.

Anche nel nostro Paese, la situazione generale vede un contributo paterno alla lettura domestica di molto inferiore a quello materno: meno i padri leggono ad alta voce, meno leggeranno i loro figli. E questa tendenza si “tramanda” di padre in figlio, in un circolo vizioso. È dunque necessario interrompere tale spirale negativa attraverso un cambiamento, da parte dei padri, verso i libri: è infatti dimostrato che i padri che leggono spontaneamente ad alta voce ai propri figli sono quelli che amano la lettura a livello individuale.

Il ruolo della figura maschile è fondamentale non solo in famiglia ma anche a scuola: dove ci sono maestri carismatici che trasmettono la passione per i libri, si evidenzia una maggior propensione alla lettura da parte degli studenti maschi.

Nel precedente post, abbiamo sottolineato come i maschi stiano cambiando. Questa è un’altra direzione di cambiamento necessaria che, come tutte le abitudini che vanno modificate, parte dal quotidiano. Che i nuovi papà si predispongano dunque in modo diverso verso la lettura e i suoi luoghi (librerie, biblioteche): anche se leggere non rappresenta la soddisfazione di un bisogno primario, crea però un legale empatico con i propri figli e contribuisce a soddisfare, almeno in parte, il desiderio di vivere esperienze insieme a loro. L’amore per i libri, inoltre, se condiviso con i genitori sin da piccoli, si trasforma in un rito familiare di enorme valore pedagogico, che potrà continuare anche nella delicata fase dell’adolescenza, pur se con modalità diverse. E, per i bambini e i ragazzi meno fortunati, può rappresentare un prezioso strumento per cercare di ridurre gli svantaggi dovuti alla povertà educativa.

(foto di Ramin Mirzayev)

Una genitorialità gender free

Abbiamo già sfiorato i due temi che portano a questo post, cioè l’importanza delle cure prossimali e l’attuale tendenza alla flessibilità dei ruoli genitoriali. Oggi infatti i compiti che fino a pochi decenni fa erano graniticamente attribuiti a madri e padri e non potevano essere interscambiabili sono sottoposti a una certa fluidità, complice la trasformazione in atto della famiglia e, soprattutto, del ruolo della donna nella società. Come abbiamo già visto, negli ultimi 100 anni la donna ha iniziato un percorso che la porta decisamente al di fuori delle mura domestiche. Questo lascia sempre più libero quello spazio che prima le madri occupavano nell’educazione quotidiana dei figli.

Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia sono circa 200 mila le coppie con figli dove a lavorare è la donna, mentre l’uomo è disoccupato. Se prendersi cura dei propri bambini solo se costretti, causa perdita del lavoro, può non essere una libera scelta, c’è però un numero sempre più grande di padri che rivendica il diritto a condividere lo spazio di cura e di accudimento con le proprie compagne. Mantenendo il proprio ruolo di padre, senza bisogno di inventare quei neologismi di genere, di solito piuttosto svilenti.

“Non sono un ‘mammo’”, spiega in un bell’articolo Federico Vercellino (http://alleyoop.ilsole24ore.com/2016/02/17/non-sono-un-mammo/), che rivendica la necessità di cambiare la visione mainstream del maschio, sdoganando il padre di cura.

Padri che chiedono, in altre parole, di farla finita con il loro ruolo di breadwinner, cioè di essere solo quelli che devono portare a casa la pagnotta, e vogliono una condivisione più ampia della genitorialità, indipendentemente dal fatto di essere separati o meno. In questo senso, la richiesta di strumenti per una possibilità di accudimento che sia gender free si fa sempre più pressante anche nel nostro Paese, che è tra i più indietro nell’Unione Europea, per esempio per quanto riguarda il congedo di paternità.

E sull’onda di questa trasformazione che sta investendo la famiglia tradizionale occidentale, la Gran Bretagna è ancora una volta all’avanguardia (incredibile come un’isola sappia intercettare e guidare per prima le tendenze, facendole diventare realtà!).

Al Norland College, che da oltre un secolo sforna le tate più richieste del mondo, da poco si sono diplomati i primi manny (il neologismo di cui sopra, l’incontro tra man e nanny): si tratta di due 21enni, Liam e Harry, che hanno conseguito il prestigioso diploma insieme a decine di giovani donne. La direttrice del college, Janet Rose, spiega che sempre più maschi chiedono di intraprendere questa remunerativa professione, anche perché il percorso didattico, adattandosi ai tempi, prevede che gli studenti si cimentino anche con le arti marziali, il controterrorismo e quanto può servire a reagire in condizioni di pericolo, per essere in grado di salvare i facoltosi rampolli che andranno ad accudire.

Io ho cresciuto tre rampolli senza nanny o manny, però posso dire che ogni volta che vedevo il loro padre spingere con affetto la carrozzina, ripensavo a mio papà che, circa 30 anni prima, diceva “Ah no, per un uomo è sminuente andare in giro con la carrozzina”, o che si rifiutava di andare in farmacia a comperare gli assorbenti per mia madre.

Il maschio sta cambiando. È già cambiato.

L’abbraccio che scioglie

Una delle maggiori difficoltà quando ci si confronta in modo non pacifico con il figlio adolescente è la gestione della rabbia. Sua e nostra. In questi casi, riuscire ad attuare una comunicazione efficace ed efficiente, assertiva e non distruttiva, è molto impegnativo.

Vedremo in un altro momento come il cervello degli adolescenti sia in grande subbuglio, esattamente come il loro aspetto fisico: i lobi frontali sono l’ultima zona del cervello a raggiungere la maturazione ma sono anche l’area in cui si sviluppano e si stabilizzano il giudizio, la pianificazione, il saper aspettare il soddisfacimento di un bisogno, la capacità di giudizio, l’empatia.

Quindi, di fronte a un figlio adolescente che perde il controllo, che sembra non saper più ragionare, spesso la comunicazione arriva a un punto morto. Il piano della comunicazione verbale, razionale, tende a spostarsi verso quello della comunicazione non verbale, emotiva, soprattutto da parte del figlio: se non riusciamo a cogliere questo slittamento e non adottiamo gli strumenti adatti a gestire la situazione, di solito la comunicazione si chiude e il conflitto rimane “appeso”, irrisolto. O, peggio, il conflitto perde il suo valore di confronto costruttivo e si trasforma in una lotta fine a sé stessa, destinata a intorcinarsi sempre di più. Di solito, in questi momenti i nostri figli non sono affatto interessati a un tipo di comunicazione razionale, ai nostri consigli o alle nostre opinioni. Se noi invece insistiamo in questo senso, ci troveremo davanti a un muro. Che probabilmente farà nascere anche in noi un senso di rabbia, di frustrazione per la mancanza di una via di uscita. E come tutti gli animali che vengono messi all’angolo e si vedono privati di una qualsiasi way out, anche noi adulti a questo punto perdiamo il controllo.

È qui che dobbiamo imperare il tempismo del silenzio o di una comunicazione non verbale. Dice una delle madri che ha partecipato ai nostri focus group: “Quando mio figlio ha un problema che lo mette in difficoltà, siccome è molto riservato spesso non mi spiega niente, non mi parla ma poiché c’è un rapporto fisico-affettivo molto buono magari mi viene vicino e, semplicemente, mi abbraccia”.

Ed ecco che siamo arrivati di nuovo al valore di un abbraccio. Che con gli adolescenti, più che contenere come fa con i capricci dei bambini, “scioglie: la rabbia, la frustrazione, il dolore, nostri e loro.

Impariamo quindi, noi che abbiamo un cervello ormai maturo e stabile, a sviluppare quella giusta sensibilità che ci aiuti a cogliere l’attimo, a capire quando è il momento di chiudere la bocca, abbassare i toni e accogliere in altro modo la fatica di crescere dei nostri figli.

(Foto di Marco Bianchetti)

L’autonomia, ieri e oggi

 

 

Quando una parola è importante, ho l’abitudine di controllarne l’etimologia, per capirne meglio il significato. Nel caso di autonomia il significato “filologico” è: dal greco antico autòs + nòmos= sé stesso + legge, cioè “avere dentro di sé la legge”, saper rispettare le regole da solo, senza bisogno che altri ce le impongano.

Direi quindi che, se riferita all’adolescenza, questa parola diventa chiarissima: la conquista dell’autonomia è l’obiettivo fondamentale per il vivere sociale, quindi adulto. In questo senso, ogni essere vivente inserito in una comunità procede verso l’autonomia fin dalla nascita. È per questo che il rispetto delle regole va insegnato sin dalla primissima infanzia: tali regole si modificheranno con l’età ma il principio che sia necessario rispettarle rimane immutato. Un bambino non abituato all’esistenza di norme precise che regolano il suo quotidiano (“metti via i giochi al loro posto, lavati i denti prima di fare la nanna…”) difficilmente diventerà un adolescente in grado di osservarle.

Il fatto che ci siano delle regole (sostantivo femminile che nasce quasi come sinonimo dell’equivalente maschile regolo=assicella disegno per misurare. Contiene la stessa radice del verbo italiano reggere= guidare, governare, quindi il  significato è quello di misurare la realtà per governala) implica che qualcuno le rispetterà e qualcun altro le trasgredirà. Come tutti noi genitori sperimentiamo quotidianamente, l’impulso alla trasgressione è tipico dell’adolescenza ed è indispensabile per crescere e affermare la propria individualità.

Ecco perché è molto importante capire il significato e il ruolo delle regole per poter guidare correttamente verso l’autonomia. Nel nostro libro Luca Ercoli descrive il ciclo della regola.  Non è possibile riportarlo qui per intero, questo post diventerebbe troppo lungo e perderebbe quindi la sua natura di post, però i punti cardine li possiamo elencare:

• le regole devono essere chiare e condivise

• per ogni infrazione va stabilita una “sanzione riparatrice” (intesa come atto ripartivo e non come castigo)

• quando, attraverso un’assunzione di responsabilità, il trasgressore ripara l’errore commesso, avviene la riconciliazione. Dopo di che, non bisogna più tornare sul passato, che va considerato definitivamente chiuso.

Quest’ultimo punto è forse il più difficile da rispettare: se nostro figlio ci sottrae dei soldi dal portafoglio, anche a distanza di molto tempo se scompaiono nuovamente dei soldi sarà molto impegnativo per noi non puntare, almeno nel pensiero, il dito su di lui.

La foto che ho messo all’inizio di questo post è la foto di una V superiore nell’immediato dopoguerra: guardate bene gli studenti e confrontateli con i loro pari di oggi. Credo che, molto più delle parole, questo aspetto visivo ed “estetico” dell’autonomia sia  eloquente…

 

Chi fa i compiti 2

Allora, eravamo rimasti alle possibili risposte sullo spinoso problema dei compiti: aiuto sì, aiuto no?

Sembrerebbe prevalere il no. Un conto è esserci, partecipando alla quotidianità scolastica dei nostri figli e intervenendo di fronte a una richiesta di aiuto precisa e saltuaria, per risolvere una difficoltà particolare. Altro è sostituirci completamente, iperproteggendoli con un aiuto invasivo e costante, che mette noi genitori sul banco di scuola al posto loro e deresponsabilizza totalmente gli studenti.

Un’amica che insegna all’Università Cattolica di Milano mi ha fatto una rivelazione che trovo sconcertante: alcuni genitori si presentano al docente universitario lamentando i voti presi dal proprio figlio. Un’invasione di campo che avviene a difesa di uno studente che, ormai maggiorenne, dovrebbe essere in grado di gestire in autonomia il proprio percorso scolastico.

Cosa stiamo facendo? Cosa c’è davvero dietro la presenza massiccia dei genitori sui banchi di scuola? Sicuramente, soprattutto nei genitori che lavorano, il senso di colpa di esserci poco e quindi di dover aiutare di più e in modo concreto. Un’altra risposta, che era emersa con forza durante una conferenza che abbiamo tenuto su questo argomento qualche anno fa, era la necessità, che diventa prepotente quando si è in vacanza, di “fare in fretta”, per non sprecare il prezioso tempo libero.

Ma davvero è tutto qui o c’è dell’altro? Ammettiamo questa seconda ipotesi e lasciamoci illuminare dal capitolo di Charmet nel già citato libro Non è colpa delle mamme.  Il meccanismo illustrato è semplice e quasi paradossale: più la madre si identifica con il processo scolastico del figlio, più questo si deresponsabilizza e abbandona l’impegno. Cito alcune frasi sparse, che spero riescano a delineare il nucleo della questione:

“Non ci sarà scampo per chi non è abituato alla fatica… La selezione sociale che avviene a scuola non è che l’anticipo di ciò che si replicherà negli anni successivi… È la mamma che va a scuola per anni: quando ci deve andare il figlio in prima persona succede il disastro… Ciò che mi pare utile tentare di realizzare è una sorta di restituzione simbolica della scuola al figlio…”.

Non posso scrivere per intero il capitolo, ma ne consiglio un’attenta lettura, sono solo dieci pagine, molto chiare. Leggetele e rifletteteci.

Chi fa i compiti?

credito

Nell’arco di queste 12 settimane di vacanze, che si snodano lente e pigre sotto il solleone mentre le scuole si chiudono e rimangono nella pace di un’ombra silenziosa, le spalle dei genitori si caricano di un nuovo, oneroso fardello: i compiti a casa. E tale fardello è reso ancor più pesante se si accompagna al dubbio amletico: i figli vanno aiutati?

Personalmente, sono convinta di no: l’autonomia è un processo lungo e faticoso, che va di pari passo con il senso di responsabilità, e lo studio rientra in questo processo. Anzi, forse è l’unico campo di battaglia dove ai nostri figli sia richiesta la fatica. Evitargliela è controproducente.

Non ho studiato tutta la letteratura scientifica e tutto il web, ma se date un occhio sembrerebbe che anche la maggior parte degli addetti ai lavori sia d’accordo sul non aiuto.

Snocciolo un po’ di dati:

  • secondo uno studio della Varkey Foundation (https://www.varkeyfoundation.org) , con il 25% dei genitori che aiuta i propri figli nei compiti per almeno 7 ore alla settimana, in ambito UE l’Italia è al primo posto nella classifica dei genitori/professori/studenti (da un articolo di Caterina Pasolini, pubblicato il 9/3/2018 su Repubblica)
  • Gustavo Pietropolli Charmet, nel suo interessante libro “Non è colpa delle mamme” dedica ai compiti un intero capitolo, dove tratteggia un ritratto talvolta al limite del paradossale di quei genitori, principalmente le madri, che si fanno totalmente carico della scuola dei figli, arrivando così a deresponsabilizzare del tutto i giovani studenti nei confronti della scuola. Cioè, l’obiettivo diametralmente opposto al raggiungimento dell’autonomia…
  • Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva presso l’Università di Milano, definisce “genitori-spazzaneve” quelli che più che sostenere il figlio standogli di fianco, gli si piazzano davanti, sostituendosi a lui
  • Daniele Novara – pedagogista e fondatore di CCP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, www.cppp.it) – sottolinea il rischio che la presenza costante e continua dei genitori a fianco di chi studia possa impedire ai ragazzi di misurarsi effettivamente e costruttivamente con la necessità di mettersi alla prova.

 

Potrei andare avanti per post e post, ma perché quanto scritto finora possa essere utile per chi legge, nel prossimo post (ci vorrà qualche giorno…) vedremo alcune possibili risposte, su cui ciascun genitore può riflettere per trarne le proprie conclusioni e il proprio comportamento.