Chi fa i compiti 2

Allora, eravamo rimasti alle possibili risposte sullo spinoso problema dei compiti: aiuto sì, aiuto no?

Sembrerebbe prevalere il no. Un conto è esserci, partecipando alla quotidianità scolastica dei nostri figli e intervenendo di fronte a una richiesta di aiuto precisa e saltuaria, per risolvere una difficoltà particolare. Altro è sostituirci completamente, iperproteggendoli con un aiuto invasivo e costante, che mette noi genitori sul banco di scuola al posto loro e deresponsabilizza totalmente gli studenti.

Un’amica che insegna all’Università Cattolica di Milano mi ha fatto una rivelazione che trovo sconcertante: alcuni genitori si presentano al docente universitario lamentando i voti presi dal proprio figlio. Un’invasione di campo che avviene a difesa di uno studente che, ormai maggiorenne, dovrebbe essere in grado di gestire in autonomia il proprio percorso scolastico.

Cosa stiamo facendo? Cosa c’è davvero dietro la presenza massiccia dei genitori sui banchi di scuola? Sicuramente, soprattutto nei genitori che lavorano, il senso di colpa di esserci poco e quindi di dover aiutare di più e in modo concreto. Un’altra risposta, che era emersa con forza durante una conferenza che abbiamo tenuto su questo argomento qualche anno fa, era la necessità, che diventa prepotente quando si è in vacanza, di “fare in fretta”, per non sprecare il prezioso tempo libero.

Ma davvero è tutto qui o c’è dell’altro? Ammettiamo questa seconda ipotesi e lasciamoci illuminare dal capitolo di Charmet nel già citato libro Non è colpa delle mamme.  Il meccanismo illustrato è semplice e quasi paradossale: più la madre si identifica con il processo scolastico del figlio, più questo si deresponsabilizza e abbandona l’impegno. Cito alcune frasi sparse, che spero riescano a delineare il nucleo della questione:

“Non ci sarà scampo per chi non è abituato alla fatica… La selezione sociale che avviene a scuola non è che l’anticipo di ciò che si replicherà negli anni successivi… È la mamma che va a scuola per anni: quando ci deve andare il figlio in prima persona succede il disastro… Ciò che mi pare utile tentare di realizzare è una sorta di restituzione simbolica della scuola al figlio…”.

Non posso scrivere per intero il capitolo, ma ne consiglio un’attenta lettura, sono solo dieci pagine, molto chiare. Leggetele e rifletteteci.

Chi fa i compiti?

credito

Nell’arco di queste 12 settimane di vacanze, che si snodano lente e pigre sotto il solleone mentre le scuole si chiudono e rimangono nella pace di un’ombra silenziosa, le spalle dei genitori si caricano di un nuovo, oneroso fardello: i compiti a casa. E tale fardello è reso ancor più pesante se si accompagna al dubbio amletico: i figli vanno aiutati?

Personalmente, sono convinta di no: l’autonomia è un processo lungo e faticoso, che va di pari passo con il senso di responsabilità, e lo studio rientra in questo processo. Anzi, forse è l’unico campo di battaglia dove ai nostri figli sia richiesta la fatica. Evitargliela è controproducente.

Non ho studiato tutta la letteratura scientifica e tutto il web, ma se date un occhio sembrerebbe che anche la maggior parte degli addetti ai lavori sia d’accordo sul non aiuto.

Snocciolo un po’ di dati:

  • secondo uno studio della Varkey Foundation (https://www.varkeyfoundation.org) , con il 25% dei genitori che aiuta i propri figli nei compiti per almeno 7 ore alla settimana, in ambito UE l’Italia è al primo posto nella classifica dei genitori/professori/studenti (da un articolo di Caterina Pasolini, pubblicato il 9/3/2018 su Repubblica)
  • Gustavo Pietropolli Charmet, nel suo interessante libro “Non è colpa delle mamme” dedica ai compiti un intero capitolo, dove tratteggia un ritratto talvolta al limite del paradossale di quei genitori, principalmente le madri, che si fanno totalmente carico della scuola dei figli, arrivando così a deresponsabilizzare del tutto i giovani studenti nei confronti della scuola. Cioè, l’obiettivo diametralmente opposto al raggiungimento dell’autonomia…
  • Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva presso l’Università di Milano, definisce “genitori-spazzaneve” quelli che più che sostenere il figlio standogli di fianco, gli si piazzano davanti, sostituendosi a lui
  • Daniele Novara – pedagogista e fondatore di CCP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, www.cppp.it) – sottolinea il rischio che la presenza costante e continua dei genitori a fianco di chi studia possa impedire ai ragazzi di misurarsi effettivamente e costruttivamente con la necessità di mettersi alla prova.

 

Potrei andare avanti per post e post, ma perché quanto scritto finora possa essere utile per chi legge, nel prossimo post (ci vorrà qualche giorno…) vedremo alcune possibili risposte, su cui ciascun genitore può riflettere per trarne le proprie conclusioni e il proprio comportamento.

Un diritto lecito (e un po’ invidiabile…)

 

 

 

 

Chiunque scriva per lavoro sa quanto sia difficile la sintesi: un titolo, una didascalia, uno slogan, non si è mai bravi abbastanza per riuscire a veicolare un messaggio o un’informazione nel minor numero possibile di parole e nel modo più efficace e accattivante. A volte però si riesce a farlo senza pensarci, quasi per caso, forse semplicemente grazie alla convinzione profonda di essere nel giusto. È successo ieri a mio figlio piccolo, quello di 17 anni, che ormai da diverso tempo si trascina nell’indolenza più totale, beandosi e crogiolandosi nella sciatteria concessa all’adolescenza.

Dovevo partire per il fine settimana e stavo recitandogli il solito elenco di raccomandazioni, peraltro regolarmente disattese. La sua frase preferita da un po’ di tempo a questa parte è “Lasciami in pace”, che ha un’enorme azione respingente e in sole tre parole chiude qualunque porta. Questa volta però, bombardato e affondato dal peso delle mie richieste, a un certo punto ha intonato una sorta di peana, ululando questa frase: “Ho 17 anni, lasciatemi fare schifo!”.

Mi sono girata dall’altra parte perché mi veniva da ridere e ho pensato “Ha proprio ragione!”

L’adolescenza non è fotogenica

 

 

Negli anni 80, quando ero poco più che un’adolescente, c’era alla TV una trasmissione in cui un paradossale opinion leader, Massimo Catalano, pronunciava perle di saggezze così profonde e veritiere che ancora oggi noi di quella generazione definiamo “catalanate” le verità troppo ovvie e scontate. Adesso ne dirò una: stavo cercando sui siti che mettono a disposizione foto da scaricare, perché sono convinta che il più delle volte un’immagine sia più esaustiva di tante parole, e ancora una volta ho avuto la riprova di quello che tutti noi genitori, che abbiamo o abbiamo avuto figli adolescenti, sappiamo già: la genitorialità di adolescenti non si fotografa. Esistono migliaia di immagini, pubblicate ovunque nel web, di infanti e genitori felici, divertiti dai loro stessi ruoli. Provate a cercare l’equivalente riferito all’adolescenza. Niente. Il buio più totale. Ve l’avevo detto che era una catalanata, ma fa comunque riflettere…

Che cosa non è fotografabile? La nostra fatica e il nostro senso di inadeguatezza, il nostro dolore per la perdita del bebè e la loro rabbia e la loro ostilità? Il sorriso reciproco tra genitore e bambino piccolo è inevitabile, piacevole e rassicurante. Ci conferma nel nostro ruolo, che è quello di faro, di esempio, di riferimento. Di contro, il”muso duro” dell’adolescente, che sta facendo il suo lavoro di cercare di superarci per conquistare un posto più elevato nella gerarchia familiare, ci inquieta, ci addolora e ci obbliga a rinunciare al ruolo di centro del suo mondo, per ricollocarci in una situazione che deve andare verso la parità. Entrambe le parti hanno perso un confortevole equilibrio e noi genitori non accogliamo facilmente gli atti minacciosi ma necessari che preludono alla nostra detronizzazione.

 

 

Modalità genitoriali e rispetto per gli insegnanti

Adolescente arrabbiato (foto di Clem Onojeghu)

Da qualche mese ogni giorno 1-2 insegnanti delle scuole italiane vengono picchiati o aggrediti da genitori di alunni in disaccordo su scelte didattiche e pedagogiche e quasi quotidianamente si hanno notizie di studenti che insultano, umiliano o aggrediscono professori.

Possiamo domandarci:

  • C’è una correlazione tra la difficoltà dei genitori del bambini piccoli a dire no, a essere assertivi e a sostenere il ruolo educativo adulto e gli episodi di giovani adolescenti che insultano i loro insegnanti?
  • C’è una correlazione tra la difficoltà e a volte la rinuncia di alcuni genitori a gestire il conflitto con i figli adolescenti e gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori?
  • Sono facce della stessa medaglia?

Le mie risposte dal punto di vista della pediatra sono sì.

Molti dei nostri figli che non sono stati abituati da piccoli a ricevere risposte chiare (il sì è sì e il no è no) e pertanto non si sono potuti abituare a considerare l’adulto come persona autorevole e coerente e quindi da rispettare, faranno molta fatica ad accettare l’insegnante che sceglie, decide, limita, frustra.

Molti dei nostri figli adolescenti, che per definizione hanno bisogno per crescere di provocare e esasperare il conflitto, non avendo abitudine a relazionarsi con adulti che accettano il conflitto e lo gestiscono, non lo sanno gestire e trascendono, anche a scuola con i compagni e con gli insegnanti.

Di contro, i genitori che hanno rinunciato alla dialettica e alla mediazione del conflitto con i propri figli, davanti a un sopruso reale o immaginato reagiscono istintivamente con violenza verbale e /o fisica con lo scopo di protezione della prole. Prole che non è più in età neonatale ma che ancora viene iper protetta.

E allora cosa possiamo fare noi genitori? Recuperare consapevolezza sul nostro ruolo, analizzare criticamente le nostre modalità di azione, superare l’inevitabile senso di colpa e … cambiare strategia, oggi.

Daniela Corbella

Uomini, le regole “maschie” alla convivenza

Uomini, le regole "maschie" alla convivenza

 

Mi sono sempre chiesta quale fosse il discrimine tra uomini e donne. Perché questi fatichino tanto a comprendere l’ovvio. Mamma mi ha risposto: “Cara, leggi Il Cervello delle Donne e non tentare l’impossibile. Non è cattiveria, la loro, sono fatti così”. Male, mi vien da dire ogni volta che raccatto per casa tazze vuote e bicchieri appiccicaticci. Calze, scarpe e giacche lasciate a morire sul divano: “Tanto domani mattina me la rinfilo”. È mai possibile che, trentatreenne, il mio fidanzato ancora non abbia capito che quel che si usa si rimette a posto? Che la sala non è un armadio e la lavastoviglie, per funzionare, ha bisogno di essere riempita? È il karma, penso a volte, ricordandomi ragazzina disordinata che ero.  E quando la sera, con le borse della spesa, apro la porta di casa e lo trovo lì, tra tazzine e playstation, con la roba che ho stirato ancora ordinatamente impilata sul tavolo ci provo: “Non ti è venuto in mente, in ventiquattro ore, di mettere via qualcosa?”. “Ma non me l’hai mica detto. Altrimenti l’avrei fatto. L’altra sera, ad esempio, la spazzatura l’ho buttata”, mi risponde candidamente. Come se, in fondo, tutto quel di cui avesse bisogno fosse un ordine e un applauso. “Tira l’acqua, bambino”. Clap, clap.

C. C.