L’adolescenza non è fotogenica

 

 

Negli anni 80, quando ero poco più che un’adolescente, c’era alla TV una trasmissione in cui un paradossale opinion leader, Massimo Catalano, pronunciava perle di saggezze così profonde e veritiere che ancora oggi noi di quella generazione definiamo “catalanate” le verità troppo ovvie e scontate. Adesso ne dirò una: stavo cercando sui siti che mettono a disposizione foto da scaricare, perché sono convinta che il più delle volte un’immagine sia più esaustiva di tante parole, e ancora una volta ho avuto la riprova di quello che tutti noi genitori, che abbiamo o abbiamo avuto figli adolescenti, sappiamo già: la genitorialità di adolescenti non si fotografa. Esistono migliaia di immagini, pubblicate ovunque nel web, di infanti e genitori felici, divertiti dai loro stessi ruoli. Provate a cercare l’equivalente riferito all’adolescenza. Niente. Il buio più totale. Ve l’avevo detto che era una catalanata, ma fa comunque riflettere…

Che cosa non è fotografabile? La nostra fatica e il nostro senso di inadeguatezza, il nostro dolore per la perdita del bebè e la loro rabbia e la loro ostilità? Il sorriso reciproco tra genitore e bambino piccolo è inevitabile, piacevole e rassicurante. Ci conferma nel nostro ruolo, che è quello di faro, di esempio, di riferimento. Di contro, il”muso duro” dell’adolescente, che sta facendo il suo lavoro di cercare di superarci per conquistare un posto più elevato nella gerarchia familiare, ci inquieta, ci addolora e ci obbliga a rinunciare al ruolo di centro del suo mondo, per ricollocarci in una situazione che deve andare verso la parità. Entrambe le parti hanno perso un confortevole equilibrio e noi genitori non accogliamo facilmente gli atti minacciosi ma necessari che preludono alla nostra detronizzazione.

 

 

Modalità genitoriali e rispetto per gli insegnanti

Adolescente arrabbiato (foto di Clem Onojeghu)

Da qualche mese ogni giorno 1-2 insegnanti delle scuole italiane vengono picchiati o aggrediti da genitori di alunni in disaccordo su scelte didattiche e pedagogiche e quasi quotidianamente si hanno notizie di studenti che insultano, umiliano o aggrediscono professori.

Possiamo domandarci:

  • C’è una correlazione tra la difficoltà dei genitori del bambini piccoli a dire no, a essere assertivi e a sostenere il ruolo educativo adulto e gli episodi di giovani adolescenti che insultano i loro insegnanti?
  • C’è una correlazione tra la difficoltà e a volte la rinuncia di alcuni genitori a gestire il conflitto con i figli adolescenti e gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori?
  • Sono facce della stessa medaglia?

Le mie risposte dal punto di vista della pediatra sono sì.

Molti dei nostri figli che non sono stati abituati da piccoli a ricevere risposte chiare (il sì è sì e il no è no) e pertanto non si sono potuti abituare a considerare l’adulto come persona autorevole e coerente e quindi da rispettare, faranno molta fatica ad accettare l’insegnante che sceglie, decide, limita, frustra.

Molti dei nostri figli adolescenti, che per definizione hanno bisogno per crescere di provocare e esasperare il conflitto, non avendo abitudine a relazionarsi con adulti che accettano il conflitto e lo gestiscono, non lo sanno gestire e trascendono, anche a scuola con i compagni e con gli insegnanti.

Di contro, i genitori che hanno rinunciato alla dialettica e alla mediazione del conflitto con i propri figli, davanti a un sopruso reale o immaginato reagiscono istintivamente con violenza verbale e /o fisica con lo scopo di protezione della prole. Prole che non è più in età neonatale ma che ancora viene iper protetta.

E allora cosa possiamo fare noi genitori? Recuperare consapevolezza sul nostro ruolo, analizzare criticamente le nostre modalità di azione, superare l’inevitabile senso di colpa e … cambiare strategia, oggi.

Daniela Corbella

Uomini, le regole “maschie” alla convivenza

Uomini, le regole "maschie" alla convivenza

 

Mi sono sempre chiesta quale fosse il discrimine tra uomini e donne. Perché questi fatichino tanto a comprendere l’ovvio. Mamma mi ha risposto: “Cara, leggi Il Cervello delle Donne e non tentare l’impossibile. Non è cattiveria, la loro, sono fatti così”. Male, mi vien da dire ogni volta che raccatto per casa tazze vuote e bicchieri appiccicaticci. Calze, scarpe e giacche lasciate a morire sul divano: “Tanto domani mattina me la rinfilo”. È mai possibile che, trentatreenne, il mio fidanzato ancora non abbia capito che quel che si usa si rimette a posto? Che la sala non è un armadio e la lavastoviglie, per funzionare, ha bisogno di essere riempita? È il karma, penso a volte, ricordandomi ragazzina disordinata che ero.  E quando la sera, con le borse della spesa, apro la porta di casa e lo trovo lì, tra tazzine e playstation, con la roba che ho stirato ancora ordinatamente impilata sul tavolo ci provo: “Non ti è venuto in mente, in ventiquattro ore, di mettere via qualcosa?”. “Ma non me l’hai mica detto. Altrimenti l’avrei fatto. L’altra sera, ad esempio, la spazzatura l’ho buttata”, mi risponde candidamente. Come se, in fondo, tutto quel di cui avesse bisogno fosse un ordine e un applauso. “Tira l’acqua, bambino”. Clap, clap.

C. C.