Mestieri incrociati

 

Sono in tanti i genitori che si interrogano sul proprio ruolo, quando inciampano (e fatalmente inciampiamo tutti) nel territorio sconnesso e accidentato dell’adolescenza. Ma sono pochissimi quelli che si impegnano a condividere la propria esperienza. Se poi questa esperienza è “aumentata” da competenze professionali che in qualche modo hanno a che fare con questa fase della crescita, allora la condivisione assume ancora più valore.

Ho conosciuto Elena anni fa, a scuola. Lei insegnante, ahimé di nessuno dei miei tre figli, io madre-redattore che si adopera, tra l’altro, per portare in tutti i modi il piacere della lettura nelle scuole. Un incontro che poteva fermarsi alla casualità e finire lì. Invece è andato avanti negli anni ed Elena, in qualità di vicepreside e di appassionata docente di italiano, è diventata una delle fan più entusiaste del progetto lettura (pagina Fb LIBERHUB, fyi…).

In tutti questi anni, osservandola ho capito perché una brava insegnante fa la differenza, soprattutto sul cattivo studente. E in più occasioni sono rimasta sbalordita, dopo tanta mediocrità didattica impostami dalla sorte con i miei tre figli, da come possa essere e cosa possa fare un docente che ama il suo lavoro perché ama i suoi studenti.

Da qualche settimana Elena non c’è più, e non perché sia andata in pensione, le mancava ancora una quindicina di anni. Oltre al tempo condiviso, di suo mi rimane il libro che ha scritto poco tempo fa e che ho appena finito di leggere. E che mi ha fatto un grande regalo: una sorta di autoassoluzione, perché leggendo i suoi consigli di insegnante (e madre di tre figli) dedicata e competente, ho capito che in fondo non ho poi così sbagliato con quello dei miei figli che a scuola si è incartato e sembrava non dovesse più muoversi da lì. Invece si è mosso eccome, ma ancora oggi io mi chiedo cosa avrei potuto fare, se non per evitare almeno per accorciare quell’incartamento.

Queste pagine, scritte in modo lieve ma intenso, che si leggono in poche ore, contengono un dialogo immaginario, ma neanche poi tanto, tra lei insegnante e uno studente che potrebbe essere mio figlio. E i genitori del ragazzo, la mamma soprattutto, che potrei essere io.

Stiamo dalla stessa parte. È questo che vorrei che capissi. E una tua caduta è anche un mio fallimentoPensando a tua madre, ho capito quanto poco ci capiamo tra noi adulti. E quanto poco ci capite, voi studenti e figli

Ecco, il libro vuole essere uno strumento, pratico perché nato da decenni di esperienza sul campo come genitore e come insegnante, per capirsi e quindi aiutarsi di più. Niente voli pindarici in campo teorico, solo tanti spunti concreti per muoversi nella realtà, talvolta drammatica, sempre dolorosa, del fallimento scolastico, o dell’inizio del fallimento. Cosa possiamo fare noi genitori? Per esempio, ogni giorno, affidarci alla squadra in cui ci troviamo a giocare, composta da noi, dagli insegnanti e dai figli, per “allenarci, nelle zone franche della scuola e della famiglia, all’esercizio della resilienza, cioè di quella capacità sempre più rara di assorbire il dolore di una sconfitta e tramutarlo in qualcosa di nuovo”.

Adesso che le ho imparate sulla mia pelle, tante cose le so, ma durante gli anni di quell’interminabile liceo un libro così mi sarebbe servito. Nella sua semplicità declinata nel quotidiano, mi avrebbe aiutato. Mi ha aiutato anche adesso, nonostante la scuola sia, per me genitore, finalmente finita: avrei potuto fare meglio ma non sono andata poi così male, secondo i suggerimenti di Elena.

I genitori non hanno molto cui aggrapparsi, nell’esercizio del loro ruolo, ma la consapevolezza è già molto. Questo libro aiuta la nostra consapevolezza. E, caso mai volessimo tentare un azzardo, potremmo lasciarlo sul comodino dei nostri figli-studenti: nelle ultime pagine c’è anche un elenco di consigli pratici, praticissimi, per loro, “per quelli che vogliono rimontare”.

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