Madri di figli maschi, attente!

Abbiamo già accennato alla figura del bambino imperatore, una figura che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle famiglie contemporanee, per una serie di motivi che abbiamo cercato di spiegare. Il bambino tiranno può essere maschio o femmina, ma il maschio rappresenta una sfida più impegnativa, soprattutto per una madre.

E su questo punto vogliamo aprire una parentesi, non in termini di importanza dell’argomento trattato ma in termini di contesto: come più volte ricordato, in questo blog non ci occupiamo di devianza, e la violenza sulle donne è devianza. Ma è anche un fattore culturale, soprattutto in un Paese fortemente maschilista come il nostro. Allora è qui che ci sentiamo di dover intervenire, sull’onda emotiva della giornata dedicata a questo tema, perché questa è anche l’angolazione particolare da cui guardiamo la genitorialità: il ruolo della madre di figlio maschio. È un ruolo che porta con sé un’altissima responsabilità sociale, perché i nostri figli maschi saranno i compagni di domani. E perché, come tendono a confermare le donne che hanno figli di entrambi i sessi, noi per prime tendiamo a essere più accondiscendenti, spesso in modo non del tutto inconsapevole, con i figli maschi, dando per scontato che una femmina è “più determinata e responsabile”.

Dai focus group che analizziamo nel nostro libro, questa tendenza emerge chiarissima: complice o meno Edipo, il figlio maschio ci prende nella pancia. Ci lasciamo sedurre da lui e ci trasformiamo nella prima donna oggetto nelle sue manine manipolatrici, come potrà serenamente riferire la maggior parte delle sorelle quando diventeranno grandi.

Allora pensiamoci. Ogni volta che stiamo per dire di lui: “Poverino, va un po’ seguito, devo proteggerlo di più, in fondo non è colpa sua” non diciamolo. Non pensiamolo neanche. Cerchiamo invece di vederlo nell’ottica del domani, quando sarà compagno e padre. Conduciamolo sulla strada dell’autonomia esattamente come facciamo con le sue sorelle, o come vorremmo che fosse stato condotto il nostro partner. Non assolviamolo sempre. Non autoassolviamoci.

Ma poiché l’educazione è un percorso di coppia genitoriale, impariamo a rapportarci anche con il padre, in modo sinergico e sintonico: la coppia è quella formata da due adulti, non da madre e figlio. Sappiamo che la famiglia sta cambiando ma non sappiamo dove porterà questa trasformazione: è però possibile individuare un rapporto di causa-effetto tra le varie tipologie di coppie genitoriali e i figli che di queste coppie sono il risultato.

Uno tra i “prodotti” più diffusi sul mercato, lontano dalla devianza anche se potenzialmente pericoloso, è il figlio cresciuto da una madre iperprotettiva e totalmente dedita a lui e da un padre che può essere o padrone (e più il padre è padrone, più la madre si trasforma in campana di vetro sotto cui proteggere il proprio pulcino) o “peluche” (la definizione è di Daniele Novara), cioè senza alcuna propensione al necessario ruolo normativo. In questo caso, il bambino iperprotetto interiorizza rapidamente il senso di proprietà sulla mamma, che si configura come un oggetto molto amato ma altrettanto manipolabile. L’assoluta mancanza di regole, o la possibilità di evitarle grazie allo scudo materno, rende questo bambino molto fragile, lo abitua a essere sempre accontentato, non lo allena a tollerare le frustrazioni e lo espone ad alti livelli di ansia. Da giovane e da adulto, se non interviene la consapevolezza, faticherà a tollerare i NO, faticherà a confrontarsi e ad accettare di non avere il pieno controllo sulla partner. Il rischio della violenza è già vicino.

Diventa invece quasi inevitabile, la violenza, in un’altra tipologia di “prodotto”, quella in cui il rapporto madre-figlio maschio è completamente immerso nella patologia. Il legame tra sofferenze dell’infanzia e disturbi del comportamento adulto è oggi stabilito: la possibilità di abuso è di 20 volte superiore in chi è stato abusato da bambino. Inoltre, poiché per i piccoli di molte specie, tra cui quella umana, la base sicura è la mamma, se questa base sicura viene a mancare si determina un trauma profondo e precoce. Una mamma evitante e poco accudente produce nei suoi cuccioli vistose anomalie comportamentali.  E nei cuccioli maschi, queste anomalie sono di norma caratterizzate da una spiccata inclinazione alla violenza.

Ci sembra che ce ne sia abbastanza, per rendere particolarmente insidioso il mestiere di madre di figlio maschio! Per ora, dunque, lasciamo decantare e, con il prossimo post, ci dedicheremo alla seconda dose…

 

 

Una genitorialità gender free

Abbiamo già sfiorato i due temi che portano a questo post, cioè l’importanza delle cure prossimali e l’attuale tendenza alla flessibilità dei ruoli genitoriali. Oggi infatti i compiti che fino a pochi decenni fa erano graniticamente attribuiti a madri e padri e non potevano essere interscambiabili sono sottoposti a una certa fluidità, complice la trasformazione in atto della famiglia e, soprattutto, del ruolo della donna nella società. Come abbiamo già visto, negli ultimi 100 anni la donna ha iniziato un percorso che la porta decisamente al di fuori delle mura domestiche. Questo lascia sempre più libero quello spazio che prima le madri occupavano nell’educazione quotidiana dei figli.

Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia sono circa 200 mila le coppie con figli dove a lavorare è la donna, mentre l’uomo è disoccupato. Se prendersi cura dei propri bambini solo se costretti, causa perdita del lavoro, può non essere una libera scelta, c’è però un numero sempre più grande di padri che rivendica il diritto a condividere lo spazio di cura e di accudimento con le proprie compagne. Mantenendo il proprio ruolo di padre, senza bisogno di inventare quei neologismi di genere, di solito piuttosto svilenti.

“Non sono un ‘mammo’”, spiega in un bell’articolo Federico Vercellino (http://alleyoop.ilsole24ore.com/2016/02/17/non-sono-un-mammo/), che rivendica la necessità di cambiare la visione mainstream del maschio, sdoganando il padre di cura.

Padri che chiedono, in altre parole, di farla finita con il loro ruolo di breadwinner, cioè di essere solo quelli che devono portare a casa la pagnotta, e vogliono una condivisione più ampia della genitorialità, indipendentemente dal fatto di essere separati o meno. In questo senso, la richiesta di strumenti per una possibilità di accudimento che sia gender free si fa sempre più pressante anche nel nostro Paese, che è tra i più indietro nell’Unione Europea, per esempio per quanto riguarda il congedo di paternità.

E sull’onda di questa trasformazione che sta investendo la famiglia tradizionale occidentale, la Gran Bretagna è ancora una volta all’avanguardia (incredibile come un’isola sappia intercettare e guidare per prima le tendenze, facendole diventare realtà!).

Al Norland College, che da oltre un secolo sforna le tate più richieste del mondo, da poco si sono diplomati i primi manny (il neologismo di cui sopra, l’incontro tra man e nanny): si tratta di due 21enni, Liam e Harry, che hanno conseguito il prestigioso diploma insieme a decine di giovani donne. La direttrice del college, Janet Rose, spiega che sempre più maschi chiedono di intraprendere questa remunerativa professione, anche perché il percorso didattico, adattandosi ai tempi, prevede che gli studenti si cimentino anche con le arti marziali, il controterrorismo e quanto può servire a reagire in condizioni di pericolo, per essere in grado di salvare i facoltosi rampolli che andranno ad accudire.

Io ho cresciuto tre rampolli senza nanny o manny, però posso dire che ogni volta che vedevo il loro padre spingere con affetto la carrozzina, ripensavo a mio papà che, circa 30 anni prima, diceva “Ah no, per un uomo è sminuente andare in giro con la carrozzina”, o che si rifiutava di andare in farmacia a comperare gli assorbenti per mia madre.

Il maschio sta cambiando. È già cambiato.