Il cervello “spinoso” dell’adolescenza

Chi c’è dall’altra parte della fune, nel tiro a due che abbiamo tratteggiato nell’ultimo post? O meglio, chi c’è lo vediamo e non ci è completamente estraneo, è tanto cresciuto ma ha ancora qualcosa di quel bambino che conosciamo ormai da anni. Piuttosto, cosa c’è dentro la testa di quel quasi ex bambino?

La domanda non è retorica, ed esiste una risposta precisa, offertaci dalle sempre più accurate e indispensabili neuroscienze, che ci illustrano le caratteristiche comuni a tutti i cervelli degli adolescenti e ci aiutano a capire chi strattona dall’altra parte. È soprattutto il suo corpo a crescere, in un bambino in scadenza, mentre il suo modo di pensare, e dunque di agire, cambia più lentamente: la maturazione del suo cervello ha tempi più lunghi rispetto a quella del corpo.

Vediamo come.

Sulla soglia della pubertà, cioè intorno ai 12 anni, il cervello di un ragazzino è “troppo” ricco di neuroni e di sinapsi . Durante gli anni dell’infanzia le sue cellule e le loro interconnessioni sono cresciute a dismisura, come dimostrano l’apprendimento vorace e la curiosità insaziabile ma disordinata con cui il bambino approccia il mondo .

Sovrabbondanza, dunque, ma anche incompleta maturazione: potremmo dire che neuroni e sinapsi si aggrovigliano in guazzabugli selvaggi.

Quando il numero di neuroni comincia a diminuire, il disordine inizia a dipanarsi e la quantità decresce a favore della qualità: entro i 20/25 anni, il volume della materia grigia è diminuito del 40%, le sinapsi si sono ridotte ma si sono irrobustite e ordinate. In un certo senso, sono diventate più “educate” e più efficienti. Tale processo di “disboscamento” si chiama pruning, che significa “potatura” e proprio come la potatura serve a rendere più forte e quindi a crescere meglio. In questo caso, però, non si tratta di sfoltire una siepe in poche ore: il processo è lunghissimo, si snoda attraverso gli anni di questa fase così delicata della vita, come possiamo dedurre dai comportamenti dei nostri figli.

Questa situazione di eccesso numerico insieme alla incompleta maturazione spiegano bene le tempistiche dello sviluppo del senso morale e del senso del limite che termineranno il loro complesso e articolato cammino verso la maturità solo intorno ai 20 anni, proprio sul finire del pruning. Mentre sotto i 10 anni si rispettano le regole solo per paura della punizione stabilita nei confronti di chi la trasgredisce, dai 13 ai 20 anni inizia molto lentamente a svilupparsi e a rafforzasi il senso del limite e il rispetto delle norme. Quando tale processo sarà completato si rispetteranno le regole per rispondere alle aspettative positive della comunità della quale si condividono i valori e non perché si teme la sanzione prevista.

I nostri adolescenti sono dunque condizionati dall’immaturità dei loro sistemi neuronali. Noi adulti possiamo allora meglio comprendere i comportamenti a rischio, l’assenza di senso critico, del senso del limite e della paura e la ricerca spasmodica del piacere e della gratificazione. Se solo all’inizio dell’adolescenza comincia la fase maturativa dello sviluppo del senso critico , cioè della capacità di percepire e valutare le conseguenze delle proprie azioni, allora è chiaro che l’adolescente è incosciente, in senso letterale, perché non ha piena coscienza delle conseguenze delle sue azioni, ma ha la fortissima attrazione per i comportamenti che gli danno una gratificazione intensa e immediata: ecco perché sino al termine del pruning alcool, sesso e droghe sono, in un certo senso, “obiettivi fisiologici”…

“Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare”, diceva Platone. Aveva sicuramente ragione, come ben sa chi, tutti i giorni, è chiamato a misurarsi al tiro alla fune. Anche se è stanco, anche se non ne ha voglia, anche se vorrebbe abbracciare il suo avversario e pregarlo di smettere. Pensare a cosa passa nella sua testa mentre tira con tutte le sue forze, ci può aiutare: quando rispondiamo ai suoi strattoni, ripetiamoci che in questi momenti stiamo condividendo con lui lo sfoltimento della massa selvaggia di cellule che appesantisce il suo cervello e lo stiamo quindi sostenendo in un faticoso cammino verso una più sostenibile leggerezza.

Foto Yannik Oetiker

L’autonomia, ieri e oggi

 

 

Quando una parola è importante, ho l’abitudine di controllarne l’etimologia, per capirne meglio il significato. Nel caso di autonomia il significato “filologico” è: dal greco antico autòs + nòmos= sé stesso + legge, cioè “avere dentro di sé la legge”, saper rispettare le regole da solo, senza bisogno che altri ce le impongano.

Direi quindi che, se riferita all’adolescenza, questa parola diventa chiarissima: la conquista dell’autonomia è l’obiettivo fondamentale per il vivere sociale, quindi adulto. In questo senso, ogni essere vivente inserito in una comunità procede verso l’autonomia fin dalla nascita. È per questo che il rispetto delle regole va insegnato sin dalla primissima infanzia: tali regole si modificheranno con l’età ma il principio che sia necessario rispettarle rimane immutato. Un bambino non abituato all’esistenza di norme precise che regolano il suo quotidiano (“metti via i giochi al loro posto, lavati i denti prima di fare la nanna…”) difficilmente diventerà un adolescente in grado di osservarle.

Il fatto che ci siano delle regole (sostantivo femminile che nasce quasi come sinonimo dell’equivalente maschile regolo=assicella disegno per misurare. Contiene la stessa radice del verbo italiano reggere= guidare, governare, quindi il  significato è quello di misurare la realtà per governala) implica che qualcuno le rispetterà e qualcun altro le trasgredirà. Come tutti noi genitori sperimentiamo quotidianamente, l’impulso alla trasgressione è tipico dell’adolescenza ed è indispensabile per crescere e affermare la propria individualità.

Ecco perché è molto importante capire il significato e il ruolo delle regole per poter guidare correttamente verso l’autonomia. Nel nostro libro Luca Ercoli descrive il ciclo della regola.  Non è possibile riportarlo qui per intero, questo post diventerebbe troppo lungo e perderebbe quindi la sua natura di post, però i punti cardine li possiamo elencare:

• le regole devono essere chiare e condivise

• per ogni infrazione va stabilita una “sanzione riparatrice” (intesa come atto ripartivo e non come castigo)

• quando, attraverso un’assunzione di responsabilità, il trasgressore ripara l’errore commesso, avviene la riconciliazione. Dopo di che, non bisogna più tornare sul passato, che va considerato definitivamente chiuso.

Quest’ultimo punto è forse il più difficile da rispettare: se nostro figlio ci sottrae dei soldi dal portafoglio, anche a distanza di molto tempo se scompaiono nuovamente dei soldi sarà molto impegnativo per noi non puntare, almeno nel pensiero, il dito su di lui.

La foto che ho messo all’inizio di questo post è la foto di una V superiore nell’immediato dopoguerra: guardate bene gli studenti e confrontateli con i loro pari di oggi. Credo che, molto più delle parole, questo aspetto visivo ed “estetico” dell’autonomia sia  eloquente…

 

L’adolescenza non è fotogenica

 

 

Negli anni 80, quando ero poco più che un’adolescente, c’era alla TV una trasmissione in cui un paradossale opinion leader, Massimo Catalano, pronunciava perle di saggezze così profonde e veritiere che ancora oggi noi di quella generazione definiamo “catalanate” le verità troppo ovvie e scontate. Adesso ne dirò una: stavo cercando sui siti che mettono a disposizione foto da scaricare, perché sono convinta che il più delle volte un’immagine sia più esaustiva di tante parole, e ancora una volta ho avuto la riprova di quello che tutti noi genitori, che abbiamo o abbiamo avuto figli adolescenti, sappiamo già: la genitorialità di adolescenti non si fotografa. Esistono migliaia di immagini, pubblicate ovunque nel web, di infanti e genitori felici, divertiti dai loro stessi ruoli. Provate a cercare l’equivalente riferito all’adolescenza. Niente. Il buio più totale. Ve l’avevo detto che era una catalanata, ma fa comunque riflettere…

Che cosa non è fotografabile? La nostra fatica e il nostro senso di inadeguatezza, il nostro dolore per la perdita del bebè e la loro rabbia e la loro ostilità? Il sorriso reciproco tra genitore e bambino piccolo è inevitabile, piacevole e rassicurante. Ci conferma nel nostro ruolo, che è quello di faro, di esempio, di riferimento. Di contro, il”muso duro” dell’adolescente, che sta facendo il suo lavoro di cercare di superarci per conquistare un posto più elevato nella gerarchia familiare, ci inquieta, ci addolora e ci obbliga a rinunciare al ruolo di centro del suo mondo, per ricollocarci in una situazione che deve andare verso la parità. Entrambe le parti hanno perso un confortevole equilibrio e noi genitori non accogliamo facilmente gli atti minacciosi ma necessari che preludono alla nostra detronizzazione.