E non ti accorgi

Ci si abitua a loro ancor prima di vederli, portandoli per tutti quei mesi nella pancia. In fondo, anche per i papà è un po’ così, ci si interfacciano per interposta persona, li vedono crescere in un luogo che riesce ad assumere dimensioni stupefacenti e che accarezzano quasi con devozione.

Poi eccoli lì, e tutti noi genitori conserviamo nella nostra memoria, come se fosse accaduto un attimo fa, il momento in cui li abbiamo visti per la prima volta.

E da quel momento cominciano a crescere, come una matrioska al contrario, dal piccolo al grande, e prima scompare il neonato, poi il bambino, poi anche l’adolescente se ne va per lasciare il posto al giovane adulto.

Non sono stata in vacanza, nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo post. Ho seguito, neanche troppo da vicino perché lei è autonoma, la mia prima bambina, che si è trasformata in una sposa radiosa. Per qualche settimana ho vissuto in una bolla di emozioni travolgenti, in fondo non so neanche bene perché, visto che conviveva già da diversi anni.

 

Ho riflettuto a lungo, se sia stata più forte l’emozione di vederla per la prima volta neonata o quella di ammirarla sposa. E credo di propendere per la seconda possibilità. Perché al suo matrimonio, intorno a lei c’erano tutte le persone che l’hanno accompagnata da quando è venuta al mondo, o che hanno condiviso con lei il diventare grandi. Essere dentro un rito è già di per sé un momento importante, ma percepire mia figlia, i suoi fratelli, la nostra famiglia e tutti gli amici come parte di un unicuum affettivo è stata un’esperienza profonda e bellissima.

Che mi conferma quello che ho sempre pensato; forse più sperato che pensato… E cioè che chi semina alla fine raccoglie. Che i nostri figli sono davvero lo specchio nostro. E a me quello che ho visto riflesso in quest’occasione è piaciuto moltissimo.

 

Adesso la vera domanda è: qualcuna si prenderà anche i due maschi?

 

Se il fiocco è azzurro

 

 

 

L’affermazione del cromosoma X o Y per le madri è spesso stata fonte d’ansia: la delusione e il senso di frustrazione dei padri per una figlia femmina, infatti, li hanno sempre scontati le donne. Anche se a determinare il sesso del nascituro è lo spermatozoo…

L’aborto selettivo è tuttora una drammatica realtà in alcune zone geografiche del mondo; noi italiani, che possiamo sempre vantare alcuni aspetti dell’indole nazionale più solari di altri popoli, ci limitiamo ai proverbi, tipo “Figlia femmina, nuttata persa”.

Io ho una figlia femmina e due maschi. Non ho un figlio preferito: ho motivi di scontro e incontro con tutti e tre, direi in egual misura, salvo che uno è ancora “piccolo” e quindi con lui il rapporto non è tra adulti, come con gli altri due.

Però ho maturato una certezza, in questi anni di maternage: che per una donna crescere un figlio maschio è una fatica mostruosa. Perché richiede strumenti che noi non abbiamo: le corna e il testosterone per scontarsi e solo così crescere, un cervello che funziona in modo diametralmente opposto al nostro (e non vorrei sembrare ripetitiva, ma anche su questo fronte consiglio la lettura de Il cervello delle donne), un sesso diverso dal nostro, da cui deve staccarsi per diventare altro.

Mica poca roba, per una madre (e sicuramente anche per un figlio), per di più in una società dove le figure maschili di riferimento sono sempre più rare. E dove uno stuolo di nuore in fieriaspetta schierato in assetto da guerra un compagno che, in linea di massima, tende a godere ancora dell’ingombrante presenza di una madre che è inevitabilmente, visceralmente iperprotettiva.

Io mi sono impegnata, a crescere i miei figli maschi pensando di farne anche dei bravi partner, ma non so se ci sono riuscita.

Non sto neanche cercando di mettere le mani avanti. Quello che volevo dire è che, se dovessi avere oggi un altro figlio “spererei che sia femmina”…