Educazione è (anche) sport

Abbiamo chiuso l’ultimo post con la “bestia selvaggia” e da questa ripartiamo! Lo sanno bene le madri di figli maschi, soprattutto se hanno anche figlie femmine: l’adolescente maschio è una bestia selvaggia molto più selvaggia di un’adolescente femmina. Un banale apostrofo fa la differenza, talvolta abissale. Lo confesso, in alcune occasioni ho pensato al titolo di quel film “Speriamo che sia femmina” e mi sono detta che era molto azzeccato: in molte occasioni i miei figli maschi mi hanno destabilizzato, non necessariamente in modo drammatico, ma anche solo con modalità e comportamenti che per me donna sono abbastanza incomprensibili. Dico “incomprensibili” e non “sconosciuti”, perché in parte li avevo già sfiorati durante la mia adolescenza, attraverso i miei compagni di scuola, che vedo ancora oggi a distanza di oltre 30 anni e la cui attuale posizione, nel mondo sociale e professionale, mi ha spesso tranquillizzata. Ripensando a come erano allora quei ragazzi e alle persone che sono oggi mi sono sempre detta, nei momenti di maggior bisogno, che forse anche per i miei figli sarebbe stato così. E in effetti, pare di sì. Dico “pare” perché il mio ultimo non ha neanche 19 anni…

Si può dire che esista una certezza: il cervello dei maschi è diverso da quello delle femmine. A parità di età, educazione, ambiente in cui si vive e via dicendo, non c’è niente da fare: un maschio è diverso. Ed essere consapevoli di questa diversità aiuta moltissimo: oggi come sorella, domani come parte di una coppia e dopodomani come genitore. Abbiamo visto nell’ultimo post che durante l’adolescenza il cervello è fisiologicamente sovraffollato di neuroni, con ampie aree di immaturià e in “disordine”. Se si tratta di un cervello maschile, il disordine è aumentato dal testosterone, che spinge al movimento, alla competizione e a una maggior aggressività.

Con il maschio, quindi, il “tiro a due” di cui abbiamo già parlato risulta più faticoso, soprattutto se dall’altro capo della corda c’è una donna, che sempre più spesso si trova ad affrontare, magari da sola, questa estenuante sfida. Perché magari il padre non c’è, o non vuole esserci, o c’è ma non vuole il faticoso ruolo di educatore. E come sempre quando la forza fisica non è pari, bisogna giocare d’anticipo. Cercando, per esempio, di farsi sostituire ogni tanto all’altro capo della fune e facendo in modo che la “bestia selvaggia” venga saldamente tenuta per la cavezza pur avendo la libertà di scalciare e sgroppare per sfogare almeno un po’ della tensione. Uno dei modi più sani e più efficaci è lo sport. Citiamo due testimonianze, fresche di un’adolescenza non ancora completamente trascorsa.

“Faccio pugilato da quando ho 12 anni – racconta Riccardo, 18 anni – e ritengo che la boxe sia uno tra gli sport più educativi che esistano: la disciplina, il confronto costante con sé stessi, la necessità di poter contare solo sulle proprie capacità e quindi il dover essere sempre presenti e concentrati, aiuta molto chiunque pratichi questo sport, soprattutto durante l’adolescenza, quando siamo confusi riguardo alla nostra identità e non sappiamo bene chi siamo. La boxe ti aiuta a guardarti dentro e a costruirti in modo fermo e stabile, calandoti in un contesto avverso da cui puoi tirarti fuori solo da te. E per farlo non basta conoscere la tecnica: è anche una questione di controllo e soprattutto intelligenza. Queste tre cose devono coesistere e collaborare in una frazione di secondo, mentre si è presi dall’adrenalina, senza un momento di pausa”.

“Per me è stato fondamentale il rugby – spiega invece Davide, 22 anni- Mi ha aiutato tanto a crescere e a essere più sicuro di me. Se in partita riesci a placcare un ragazzo molto più grosso e più pesante di te, fuori dal campo puoi “placcare” qualunque problema incontri! È uno sport molto educativo, il rispetto sta alla base del gioco: rispetto delle regole, rispetto per gli avversari e per l’arbitro e rispetto per i tuoi compagni. È uno sport molto fisico ma molto corretto, in partita siamo avversari ma dopo il fischio finale siamo amici. Alla fine della partita si fa il terzo tempo, dove mangiamo e festeggiamo con la squadra avversaria. Adesso lo insegno ai bambini più piccoli e trovo che il rugby ai “pulcini” possa essere utile per sconfiggere le proprie paure, imparare il rispetto delle regole e degli altri. Attraverso i giochi che facciamo imparano a cooperare e a provare a risolvere i problemi che incontrano”.

Davide e Riccardo raccontano di due sport molto diversi tra loro, uno individuale e uno di squadra, ma che hanno in comune la “fisicità” e una certa dose di aggressività. Le loro parole, però, non sanno né di violenza né di competitività. Per questo crediamo che la loro esperienza sia un utile rimando per tanti loro coetanei e un suggerimento per i loro genitori.

E non ti accorgi

Ci si abitua a loro ancor prima di vederli, portandoli per tutti quei mesi nella pancia. In fondo, anche per i papà è un po’ così, ci si interfacciano per interposta persona, li vedono crescere in un luogo che riesce ad assumere dimensioni stupefacenti e che accarezzano quasi con devozione.

Poi eccoli lì, e tutti noi genitori conserviamo nella nostra memoria, come se fosse accaduto un attimo fa, il momento in cui li abbiamo visti per la prima volta.

E da quel momento cominciano a crescere, come una matrioska al contrario, dal piccolo al grande, e prima scompare il neonato, poi il bambino, poi anche l’adolescente se ne va per lasciare il posto al giovane adulto.

Non sono stata in vacanza, nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo post. Ho seguito, neanche troppo da vicino perché lei è autonoma, la mia prima bambina, che si è trasformata in una sposa radiosa. Per qualche settimana ho vissuto in una bolla di emozioni travolgenti, in fondo non so neanche bene perché, visto che conviveva già da diversi anni.

 

Ho riflettuto a lungo, se sia stata più forte l’emozione di vederla per la prima volta neonata o quella di ammirarla sposa. E credo di propendere per la seconda possibilità. Perché al suo matrimonio, intorno a lei c’erano tutte le persone che l’hanno accompagnata da quando è venuta al mondo, o che hanno condiviso con lei il diventare grandi. Essere dentro un rito è già di per sé un momento importante, ma percepire mia figlia, i suoi fratelli, la nostra famiglia e tutti gli amici come parte di un unicuum affettivo è stata un’esperienza profonda e bellissima.

Che mi conferma quello che ho sempre pensato; forse più sperato che pensato… E cioè che chi semina alla fine raccoglie. Che i nostri figli sono davvero lo specchio nostro. E a me quello che ho visto riflesso in quest’occasione è piaciuto moltissimo.

 

Adesso la vera domanda è: qualcuna si prenderà anche i due maschi?

 

Se il fiocco è azzurro

 

 

 

L’affermazione del cromosoma X o Y per le madri è spesso stata fonte d’ansia: la delusione e il senso di frustrazione dei padri per una figlia femmina, infatti, li hanno sempre scontati le donne. Anche se a determinare il sesso del nascituro è lo spermatozoo…

L’aborto selettivo è tuttora una drammatica realtà in alcune zone geografiche del mondo; noi italiani, che possiamo sempre vantare alcuni aspetti dell’indole nazionale più solari di altri popoli, ci limitiamo ai proverbi, tipo “Figlia femmina, nuttata persa”.

Io ho una figlia femmina e due maschi. Non ho un figlio preferito: ho motivi di scontro e incontro con tutti e tre, direi in egual misura, salvo che uno è ancora “piccolo” e quindi con lui il rapporto non è tra adulti, come con gli altri due.

Però ho maturato una certezza, in questi anni di maternage: che per una donna crescere un figlio maschio è una fatica mostruosa. Perché richiede strumenti che noi non abbiamo: le corna e il testosterone per scontarsi e solo così crescere, un cervello che funziona in modo diametralmente opposto al nostro (e non vorrei sembrare ripetitiva, ma anche su questo fronte consiglio la lettura de Il cervello delle donne), un sesso diverso dal nostro, da cui deve staccarsi per diventare altro.

Mica poca roba, per una madre (e sicuramente anche per un figlio), per di più in una società dove le figure maschili di riferimento sono sempre più rare. E dove uno stuolo di nuore in fieriaspetta schierato in assetto da guerra un compagno che, in linea di massima, tende a godere ancora dell’ingombrante presenza di una madre che è inevitabilmente, visceralmente iperprotettiva.

Io mi sono impegnata, a crescere i miei figli maschi pensando di farne anche dei bravi partner, ma non so se ci sono riuscita.

Non sto neanche cercando di mettere le mani avanti. Quello che volevo dire è che, se dovessi avere oggi un altro figlio “spererei che sia femmina”…