Una prospettiva inquietante

L’ultimo post, frutto della bolla del matrimonio della mia primogenita, si conclude con una domanda, ironica ma non troppo, che mi è uscita così, senza che neanche la pensassi. Forse perché più che un interrogativo esprima un’ansia, una paura: sono stata, noi genitori siamo stati in grado di crescere dei figli socialmente sostenibili, cioè in grado di corrispondere alle aspettative della società e quindi competitivi sul mercato? La domanda, per me madre anche di due figli maschi, è ancor più rilevante; ma per quanto riguarda il punto di vista materno sul prodotto “figlio maschio”, ne parleremo nel corner di questo blog in altro momento.

Per adesso, soffermiamoci sul prodotto in sé, indipendentemente dal genere. Un giovane adulto, che si incammina per la sua strada, da solo o in coppia, auspicabilmente con una massiccia rete sociale di protezione intorno a sé: amici, parenti, legami profondi e duraturi, in grado di incoraggiare e sostenere una resilienza d’acciaio. Per ottenere tutto ciò, che rappresenta il patrimonio intangible di ciascun individuo, è necessario che lo sforzo educativo dei genitori inizi da subito, da quando ci si ritrova con il neonato tra le braccia. Il tempo per gettare le basi su cui si costruirà la sua individualità è molto meno di quello che la maggior parte di noi pensa: Freud aveva stabilito sei anni, ma le neuroscienze hanno dimostrato che le mappe cognitive ed emotive di ognuno di noi si formano nei primi tre anni di vita. Poi basta, quello che c’è c’è. Tre anni corrispondono a mille giorni, proprio come recitava una pubblicità del Carosello quando ero piccola: lo slogan di un’azienda di prodotti per l’infanzia cantava “Per i mille giorni che contano…”

Mille giorni sono pochissimi, ma a quanto pare interiormente noi “siamo” quei mille giorni: poi faremo esperienza del mondo, ma il modo in cui lo affronteremo, e soprattutto il modo in cui lo vivremo emotivamente, è quello che si è consolidato entro i tre anni. Ora mettiamo al centro di questo contesto un adolescente: se il bambino che è stato, e che all’improvviso non c’è più, era un bambino abituato a confrontarsi continuamente e positivamente con regole e confini, questo adolescente saprà misurarsi, cognitivamente ed emotivamente, con regole e confini, anche se in modo parziale e poco visibile perché l’adolescenza è il momento dello strappo e della trasgressione.

Se invece abbiamo cresciuto un “bambino imperatore” comanda lui, rifiuta le regole, fa capricci di cui ci vergogniamo e noi genitori facciamo sempre più fatica a cavarcela. Non riusciamo più a venirne fuori, perché abbiamo abdicato al nostro ruolo genitoriale ogni giorno, lentamente ma inesorabilmente.

Relazionarsi ora con quell’adolescente sarà molto più difficile. E ancora più difficile sarà trasformare quell’adolescente in un giovane adulto socialmente sostenibile.

Ma cos’è esattamente un bambino imperatore? Lo descrive bene lo psicoanalista Paolo Roccato, anche se in realtà tutti ne abbiamo incontrato almeno uno sulla nostra strada: si tratta di quei bambini (e ragazzi) che ci capita di osservare guardandoci intorno chiedendoci “Ma dove sono i suoi genitori”? Perché il bambino disturba, supera i limiti, invade gli spazi altrui e nessuno lo contiene. Sono bambini (e ragazzi) perennemente irrequieti e capricciosi perché mai abituati ad aspettare e a sopportare la benché minima frustrazione. Sono bambini (e ragazzi) incontenibili, arroganti e prepotenti, incapaci di cooperare, abili solo a pretendere.

Bambini imperatori non lo si nasce, lo si diventa. Grazie a noi genitori che, cercando di evitare quanto più possibile fatica, conflitti e discussioni, abbiamo puntato alla felicità del momento, nostra e del nostro bambino.

Ecco perché diciamo sempre che l’adolescente viene da molto lontano: è quel bambino lì, anche se stentiamo a riconoscerlo.

Migliorare una relazione, di qualunque natura essa sia, è sempre possibile se siamo disposti a lavorare su noi stessi. Quindi, anche nei confronti di nostro figlio adolescente, per quanto possa essere l’evoluzione del piccolo tiranno che abbiamo allevato, acquistando consapevolezza dei nostri e dei suoi comportamenti possiamo intervenire per spezzare certe dinamiche.

 

Padri e figli

Dopo la parentesi di ben due post dedicati all’importanza di non spianare troppo la strada ai nostri figli (è uno dei temi centrali dell’educazione, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo, quindi ci torneremo su spesso), riprendiamo da dove eravamo rimasti nel post sulla lettura al maschile, cioè dall’importanza della presenza del padre nel percorso educativo dei figli.

Ancora una volta, partiamo dall’infanzia e partiamo dalla Svezia, dove il congedo parentale dei padri è identico, dal 1974, a quello delle madri, per un totale di 480 giorni. Ne usufruisce oltre il 70% dei papà.

In Italia, il congedo parentale previsto per i padri è di soli quattro giorni obbligatori. Ci sono dei casi in cui il periodo si può estendere, ma solo se:

  • la madre è morta o è gravemente ammalata
  • la madre ha abbandonato il bambino
  • il bambino è stato affidato esclusivamente al padre
  • la madre ha espressamente rinunciato al diritto di congedo di maternità, eventualità possibile solo in caso di adozione o affidamento.

Una equa e completa alternanza con i compiti che di solito svolgono le donne, ha più di un’implicazione di assoluta rilevanza. Intanto, calarsi fisicamente e quotidianamente nel ruolo dell’altro sesso significa andare in concreto verso l’uguaglianza di genere. Inoltre, la presenza assidua dei papà vicino ai figli sia maschi sia femmine, sin dalla primissima infanzia, contribuisce a gettare le basi per una relazione profonda con la compagna e con i figli e questa profondità sarà di grande aiuto quando i bambini, diventati adolescenti, avranno bisogno di essere contenuti soprattutto dal padre ma anche supportati da una coppia genitoriale coesa e coerente. Soprattutto quando, una volta iniziata la pubertà, il cervello dei maschi verrà inondato di testosterone, che indurrà comportamenti completamente diversi da quelli femminili: sono spinti alla sfida, alla competizione, al bisogno di essere rispettati e di occupare il gradino più alto nella gerarchia del gruppo. Riuscire a contenerli sarà più facile per un maschio adulto, che è per natura simile e che probabilmente ha avuto le stesse reazioni in adolescenza, rispetto a quanto non lo sia per una donna. Per questo gettare le basi, sin dalla nascita, per una relazione più profonda con i propri figli rappresenta un investimento a lungo termine, che sarà di grande aiuto in quella delicata fase che segna il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

P.S. Il titolo l’ho rubato alla letteratura russa, si chiama così uno dei romanzi di Turgenev.

 

 

 

 

Noi, genitori bulldozer

Si vede che proprio non riusciamo a rispettare il nostro calendario editoriale. Le riflessioni sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri nell’educazione aspetteranno lo spazio di un altro post dedicato a entrambi i genitori e alla loro “invadenza” in campo scolastico. Questa volta a parlare non saremo noi, ma un testimonial di tutt’altro spessore e autorevolezza.

Umberto Galimberti.

Intervistato nell’aprile del 2018 da Byoblu sul tema dell’inadeguatezza della scuola rispetto alla formazione dei ragazzi (https://www.youtube.com/watch?v=exxZOvgzyaw), Galimberti usa toni molto forti e tranchant nei confronti dei genitori. Ancora una volta, come sempre succede quando si tratta di riflettere sull’educazione dei nostri figli, il primo passo da fare è quello di metterci in discussione, chiedendoci perché facciamo così fatica a liberare gli spazi che spetterebbero di diritto a loro, gli adolescenti che cercano di formarsi, in questo caso specifico sui banchi di scuola.

Galimberti ha più volte ribadito la necessità che i genitori stiano lontani dalla vita e dalla comunicazione scolastica dei ragazzi, soprattutto le madri. Si chiede infatti, in un suo articolo del 27 ottobre 2018, pubblicato su D la Repubblica: “Ma queste madri pensano alla loro vita o si dedicano ossessivamente a quella dei loro pargoli, con la loro incombente protezione che ne rallenta la crescita?

In tanti ormai,  educatori, psicologi, psicopedagogisti, giornalisti e via dicendo, stanno da tempo puntando il dito contro la tendenza all’iperprotezione da parte dei genitori contemporanei, iperprotezione evidente soprattutto nella scuola, dove agli insegnanti viene richiesto, in modo sempre più aggressivo, di rimuovere qualunque ostacolo sul cammino dei nostri figli. Che, in questo modo, non impareranno mai a superarli da soli, gli ostacoli e le difficoltà.

Il video integrale dell’intervista a Galimberti dura circa 40 minuti. Prendetevi il tempo e l’attenzione per ascoltarlo tutto. E se proprio non li trovate, andate sulla nostra pagina Fb #Adolescenza e autonomia e guardatevi l’estratto. Anche noi, in fondo, ci adeguiamo alla tendenza e cerchiamo di risparmiarvi la fatica…

 

 

 

Una nuova frontiera

UNA NUOVA FRONTIERA

Il nostro calendario editoriale, cioè la scadenza degli argomenti da affrontare avrebbe previsto a questo punto una serie di articoli sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri, soprattutto nell’educazione dei figli maschi.

Interrompo questa scaletta per una parentesi. Pochissimi giorni fa un’università pubblica a Milano, attraverso la pratica ormai consolidata dell’open day (ammetto di non sapere che lo facessero anche le università, pensavo fosse ad uso e consumo delle sole scuole medie superiori) ha aperto le porte agli studenti. E fin qui, niente di strano. Ho trovato invece bizzarro che il titolo sotto cui viene pubblicizzato on line tale evento sia “Iniziative per i genitori”. Scopro che si tratta di un appuntamento annuale, rivolto ai genitori per “riflettere insieme su come accompagnare le scelte di studio dei propri figli”.

Mi si apre un mondo di cui ignoravo l’esistenza: ma ancora i genitori nella scuola, ad accompagnare figli ormai maggiorenni? È davvero necessario, come recita lo slogan di un’altra università, che “Scegli tu! Ti aiuto io”?

Ho fatto il liceo negli anno Settanta, anni non facili, eppure i miei genitori raramente si vedevano a scuola, giusto per qualche colloquio con gli insegnanti. E non è che facessero parte di una classe socialmente disagiata, che si disinteressava dell’educazione dei figli: semplicemente, noi studenti ci appropriavamo man mano che gli anni e le classi avanzavano, della responsabilità scolastica, del rapporto con gli insegnanti, dei nostri risultati, delle nostre scelte, insomma, ci avviavamo a diventare grandi. E perché ciò potesse avvenire, il distacco dai genitori doveva aumentare sempre di più.

Ho fatto un rapido sondaggio: nessuno, ma proprio nessuno dei genitori dei miei amici ha mai neanche lontanamente pensato di mettere un piede dentro l’università. Sulla cui scelta, invece, molti di noi hanno ampiamente discusso in famiglia: ma la condivisione non implicava la partecipazione diretta, in loco per così dire.

Oggi invece sono sempre di più i genitori che si occupano in prima persona della vita universitaria dei loro figli. spiega una docente dell’Università Cattolica di Milano- E non solo per chiedere un consiglio sull’orientamento degli studi dei propri figli, o per accompagnarli agli open day, ma in qualche caso anche per seguirli al ricevimento del docente relatore di tesi. Si ha la sensazione che il ruolo sempre più presente e “protettivo” dei genitori, che fino ad ora caratterizzava buona parte del rapporto scuola-famiglia fino alle superiori (comprese) si stia ora rapidamente diffondendo anche all’Università. Non riguarda la maggioranza dei casi, ma certamente una tendenza c’è. Come se l’essere adulti sia uno status che ancora non riguarda gli studenti, ma sempre e solo i genitori”.

E mentre sto scrivendo di università, mi viene in mente un altro dato, ugualmente agghiacciante, che ho letto l’anno scorso e che riguarda uno degli altri fronti di cui mi occupo (la lettura come strumento contro l’analfabetismo di ritorno):

Da troppo tempo i ragazzi scrivono e parlano male in italiano. I loro errori di ortografia potrebbero essere ammissibili solo e non oltre la III elementare”. Così denunciava, all’incirca un anno fa, un gruppo di 600 docenti universitari.

È probabile che tra i due dati, la presenza dei genitori all’università e gli errori di ortografia degli studenti universitari, non ci sia alcuna correlazione diretta.

Ma un pensierino su quanto i genitori di oggi riescano ad occupare tutti gli spazi della vita del proprio figlio, dilatando nel tempo la loro azione protettivo-invasiva, secondo me si può fare…

(Nella foto: l’unica occasione in cui ho accompagnato mia figlia all’università)

Chi fa i compiti 2

Allora, eravamo rimasti alle possibili risposte sullo spinoso problema dei compiti: aiuto sì, aiuto no?

Sembrerebbe prevalere il no. Un conto è esserci, partecipando alla quotidianità scolastica dei nostri figli e intervenendo di fronte a una richiesta di aiuto precisa e saltuaria, per risolvere una difficoltà particolare. Altro è sostituirci completamente, iperproteggendoli con un aiuto invasivo e costante, che mette noi genitori sul banco di scuola al posto loro e deresponsabilizza totalmente gli studenti.

Un’amica che insegna all’Università Cattolica di Milano mi ha fatto una rivelazione che trovo sconcertante: alcuni genitori si presentano al docente universitario lamentando i voti presi dal proprio figlio. Un’invasione di campo che avviene a difesa di uno studente che, ormai maggiorenne, dovrebbe essere in grado di gestire in autonomia il proprio percorso scolastico.

Cosa stiamo facendo? Cosa c’è davvero dietro la presenza massiccia dei genitori sui banchi di scuola? Sicuramente, soprattutto nei genitori che lavorano, il senso di colpa di esserci poco e quindi di dover aiutare di più e in modo concreto. Un’altra risposta, che era emersa con forza durante una conferenza che abbiamo tenuto su questo argomento qualche anno fa, era la necessità, che diventa prepotente quando si è in vacanza, di “fare in fretta”, per non sprecare il prezioso tempo libero.

Ma davvero è tutto qui o c’è dell’altro? Ammettiamo questa seconda ipotesi e lasciamoci illuminare dal capitolo di Charmet nel già citato libro Non è colpa delle mamme.  Il meccanismo illustrato è semplice e quasi paradossale: più la madre si identifica con il processo scolastico del figlio, più questo si deresponsabilizza e abbandona l’impegno. Cito alcune frasi sparse, che spero riescano a delineare il nucleo della questione:

“Non ci sarà scampo per chi non è abituato alla fatica… La selezione sociale che avviene a scuola non è che l’anticipo di ciò che si replicherà negli anni successivi… È la mamma che va a scuola per anni: quando ci deve andare il figlio in prima persona succede il disastro… Ciò che mi pare utile tentare di realizzare è una sorta di restituzione simbolica della scuola al figlio…”.

Non posso scrivere per intero il capitolo, ma ne consiglio un’attenta lettura, sono solo dieci pagine, molto chiare. Leggetele e rifletteteci.

Modalità genitoriali e rispetto per gli insegnanti

Adolescente arrabbiato (foto di Clem Onojeghu)

Da qualche mese ogni giorno 1-2 insegnanti delle scuole italiane vengono picchiati o aggrediti da genitori di alunni in disaccordo su scelte didattiche e pedagogiche e quasi quotidianamente si hanno notizie di studenti che insultano, umiliano o aggrediscono professori.

Possiamo domandarci:

  • C’è una correlazione tra la difficoltà dei genitori del bambini piccoli a dire no, a essere assertivi e a sostenere il ruolo educativo adulto e gli episodi di giovani adolescenti che insultano i loro insegnanti?
  • C’è una correlazione tra la difficoltà e a volte la rinuncia di alcuni genitori a gestire il conflitto con i figli adolescenti e gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori?
  • Sono facce della stessa medaglia?

Le mie risposte dal punto di vista della pediatra sono sì.

Molti dei nostri figli che non sono stati abituati da piccoli a ricevere risposte chiare (il sì è sì e il no è no) e pertanto non si sono potuti abituare a considerare l’adulto come persona autorevole e coerente e quindi da rispettare, faranno molta fatica ad accettare l’insegnante che sceglie, decide, limita, frustra.

Molti dei nostri figli adolescenti, che per definizione hanno bisogno per crescere di provocare e esasperare il conflitto, non avendo abitudine a relazionarsi con adulti che accettano il conflitto e lo gestiscono, non lo sanno gestire e trascendono, anche a scuola con i compagni e con gli insegnanti.

Di contro, i genitori che hanno rinunciato alla dialettica e alla mediazione del conflitto con i propri figli, davanti a un sopruso reale o immaginato reagiscono istintivamente con violenza verbale e /o fisica con lo scopo di protezione della prole. Prole che non è più in età neonatale ma che ancora viene iper protetta.

E allora cosa possiamo fare noi genitori? Recuperare consapevolezza sul nostro ruolo, analizzare criticamente le nostre modalità di azione, superare l’inevitabile senso di colpa e … cambiare strategia, oggi.

Daniela Corbella