Per una lettura al maschile

PER UNA LETTURA AL MASCHILE

 

Rimanendo sul tema di una genitorialità gender free, proponiamo in questo post una riflessione su un argomento che ci sta molto a cuore: l’importanza della lettura (se siete interessati ad approfondire, potete vedere la pagina Facebook Liberhub), intesa non solo come valore culturale ma anche come atto pedagogico.

Da ormai molti anni, in Italia si è consolidata l’iniziativa “Nati per leggere” che, insieme all’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, promuove le lettura ad alta voce da parte dei genitori ai propri bambini da 0 a 6 anni. Grazie a un paziente lavoro di diffusione e informazione, si va sempre più consolidando la convinzione che le attività di lettura siano fondamentali per lo sviluppo cognitivo dei bambini e per il rafforzamento del rapporto empatico tra genitori e figli.

Meno conosciute sono le implicazioni delle più recenti indagini sulla relazione tra il mancato supporto paterno e il ridotto interesse di ragazze e ragazzi per i libri. Su questo fronte trovo molto interessante un articolo di Maria Elena Scotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento Scienze Umane per l’ Educazione), che affronta l’argomento. Lo studio, dal titolo “Padri che leggono ai figli: uno studio esplorativo”, è stato pubblicato su Orientamenti pedagogici (vol. 64, n.1, 2017) e parte dallo sconfortante dato che in generale in Europa gli uomini leggono meno delle donne. Questa mancata propensione alla lettura da parte dei maschi sembra influire sullo scarso interesse di ragazzi e ragazze verso i libri: infatti, minore è il coinvolgimento della figura paterna nelle attività di lettura dei figli, minore sarà la predisposizione di questi ultimi a diventare lettori, soprattutto se si tratta di figli maschi. E così si perpetua la condizione attuale, che vede la lettura come un’attività prettamente femminile e, in ambito familiare, legata alla figura materna: in questo modo, si consolida l’idea, condivisa da un ragazzo su 5, che “leggere sia un’attività più adatta alle ragazze” (Boy’s reading commission, 2012, p. 25). Proprio per aumentare l’investimento maschile sulla lettura, le associazioni impegnate su questo fronte stanno rivolgendo la loro attenzione verso i padri. In Svezia, già nel 1990 è nato il progetto “Leggi per me, papà!”, inizialmente rivolto soprattutto agli immigrati.

Anche nel nostro Paese, la situazione generale vede un contributo paterno alla lettura domestica di molto inferiore a quello materno: meno i padri leggono ad alta voce, meno leggeranno i loro figli. E questa tendenza si “tramanda” di padre in figlio, in un circolo vizioso. È dunque necessario interrompere tale spirale negativa attraverso un cambiamento, da parte dei padri, verso i libri: è infatti dimostrato che i padri che leggono spontaneamente ad alta voce ai propri figli sono quelli che amano la lettura a livello individuale.

Il ruolo della figura maschile è fondamentale non solo in famiglia ma anche a scuola: dove ci sono maestri carismatici che trasmettono la passione per i libri, si evidenzia una maggior propensione alla lettura da parte degli studenti maschi.

Nel precedente post, abbiamo sottolineato come i maschi stiano cambiando. Questa è un’altra direzione di cambiamento necessaria che, come tutte le abitudini che vanno modificate, parte dal quotidiano. Che i nuovi papà si predispongano dunque in modo diverso verso la lettura e i suoi luoghi (librerie, biblioteche): anche se leggere non rappresenta la soddisfazione di un bisogno primario, crea però un legale empatico con i propri figli e contribuisce a soddisfare, almeno in parte, il desiderio di vivere esperienze insieme a loro. L’amore per i libri, inoltre, se condiviso con i genitori sin da piccoli, si trasforma in un rito familiare di enorme valore pedagogico, che potrà continuare anche nella delicata fase dell’adolescenza, pur se con modalità diverse. E, per i bambini e i ragazzi meno fortunati, può rappresentare un prezioso strumento per cercare di ridurre gli svantaggi dovuti alla povertà educativa.

(foto di Ramin Mirzayev)

Un post alle carezze

Più che un post, questo è una sorta di post scriptum al nostro ultimo articolo, quello intitolato “Coccole & Carezze”, dove abbiamo sottolineato l’importanza delle cure prossimali e la loro semplicità e spontaneità di attuazione. Abbiamo anche accennato al fatto che la mancanza di affettività veicolata dal contatto fisico crea sofferenza e deprivazione soprattutto nei maschi.

E sempre restando in ambito maschile, riteniamo necessario fare un distinguo, legato all’età: se fino ai 5-6 anni il contatto fisico con i genitori è fondamentale per creare un legame sicuro, che rappresenta la base della solidità affettiva di un individuo, intorno agli 8-9 anni e senz’altro sulla soglia della pubertà, un eccessivo contatto fisico diventa, invece, controproducente. Perché, se messo in atto soprattutto tra la madre e il figlio maschio, può creare situazioni di disagio e di imbarazzo. Inoltre comunica, in modo indiretto ma chiaro, i pericolosi messaggi «Non puoi stare solo, «Non sei capace di gestire in autonomia la tranquillità e l’abbandono del dormire» e in ultima analisi trasmette il disvalore «Da solo non ce la fai».

Pensiamo semplicemente al fatto di dividere il lettone la sera, per addormentarsi più facilmente, o magari la domenica mattina, per perdere tempo insieme o per leggere una storia. Chi di noi non ha, almeno qualche volta, coccolato, ninnato, sbaciucchiato, abbracciato il proprio piccolo ometto nel letto matrimoniale, o magari in trasferta nel suo letto?

Ma, e qui veniamo al punto, ai ragazzini intorno all’età il contatto fisico può causare turbamenti ed erezioni involontarie ma che inducono confusione e imbarazzo.

Anche nel contatto fisico con i nostri figli c’è dunque, come in tutte le cose, un tempo e un luogo, oltre i quali è indicato e preferibile non andare. Non sarà necessario bandire il contatto fisico, ma solo ritarare la modalità di veicolarlo.

Non è che questa sensibilità non valga anche per i contatti dei padri con le figlie femmine anzi, ma le mamme sono più portate, rispetto ai padri, ad avere un rapporto fusionale con il proprio bambino. Ed è proprio questa «fusionalità» che, a un certo punto della crescita dei nostri figli, deve trasformarsi in altro.

 

Il corner delle ragazze

Eccoci qua, noi “ragazze”. In una foto non pensata per essere pubblicata, ma scattata nell’intimità di un giorno di festa, il mio compleanno. Io sono la mamma, l’altra è la mia unica figlia femmina, che è andata a convivere con il suo fidanzato, come racconta nei due post seguenti. Ho pensato che fosse un buon feed back, soprattutto per noi madri di figli maschi e suocere, che le compagne di oggi raccontino come vivono la loro coppia con i nostri ex figli.

Inizio con lei perché fa il mio stesso mestiere, quindi scrivere le viene spontaneo, e perché è la scelta più comoda e semplice. Ma a noi del blog piacerebbe molto ricevere le impressioni delle ragazze là fuori: come vivete con i nostri pargoli?

Aspettiamo fiduciosi…