Una nuova frontiera

UNA NUOVA FRONTIERA

Il nostro calendario editoriale, cioè la scadenza degli argomenti da affrontare avrebbe previsto a questo punto una serie di articoli sulla necessità di coinvolgere maggiormente i padri, soprattutto nell’educazione dei figli maschi.

Interrompo questa scaletta per una parentesi. Pochissimi giorni fa un’università pubblica a Milano, attraverso la pratica ormai consolidata dell’open day (ammetto di non sapere che lo facessero anche le università, pensavo fosse ad uso e consumo delle sole scuole medie superiori) ha aperto le porte agli studenti. E fin qui, niente di strano. Ho trovato invece bizzarro che il titolo sotto cui viene pubblicizzato on line tale evento sia “Iniziative per i genitori”. Scopro che si tratta di un appuntamento annuale, rivolto ai genitori per “riflettere insieme su come accompagnare le scelte di studio dei propri figli”.

Mi si apre un mondo di cui ignoravo l’esistenza: ma ancora i genitori nella scuola, ad accompagnare figli ormai maggiorenni? È davvero necessario, come recita lo slogan di un’altra università, che “Scegli tu! Ti aiuto io”?

Ho fatto il liceo negli anno Settanta, anni non facili, eppure i miei genitori raramente si vedevano a scuola, giusto per qualche colloquio con gli insegnanti. E non è che facessero parte di una classe socialmente disagiata, che si disinteressava dell’educazione dei figli: semplicemente, noi studenti ci appropriavamo man mano che gli anni e le classi avanzavano, della responsabilità scolastica, del rapporto con gli insegnanti, dei nostri risultati, delle nostre scelte, insomma, ci avviavamo a diventare grandi. E perché ciò potesse avvenire, il distacco dai genitori doveva aumentare sempre di più.

Ho fatto un rapido sondaggio: nessuno, ma proprio nessuno dei genitori dei miei amici ha mai neanche lontanamente pensato di mettere un piede dentro l’università. Sulla cui scelta, invece, molti di noi hanno ampiamente discusso in famiglia: ma la condivisione non implicava la partecipazione diretta, in loco per così dire.

Oggi invece sono sempre di più i genitori che si occupano in prima persona della vita universitaria dei loro figli. spiega una docente dell’Università Cattolica di Milano- E non solo per chiedere un consiglio sull’orientamento degli studi dei propri figli, o per accompagnarli agli open day, ma in qualche caso anche per seguirli al ricevimento del docente relatore di tesi. Si ha la sensazione che il ruolo sempre più presente e “protettivo” dei genitori, che fino ad ora caratterizzava buona parte del rapporto scuola-famiglia fino alle superiori (comprese) si stia ora rapidamente diffondendo anche all’Università. Non riguarda la maggioranza dei casi, ma certamente una tendenza c’è. Come se l’essere adulti sia uno status che ancora non riguarda gli studenti, ma sempre e solo i genitori”.

E mentre sto scrivendo di università, mi viene in mente un altro dato, ugualmente agghiacciante, che ho letto l’anno scorso e che riguarda uno degli altri fronti di cui mi occupo (la lettura come strumento contro l’analfabetismo di ritorno):

Da troppo tempo i ragazzi scrivono e parlano male in italiano. I loro errori di ortografia potrebbero essere ammissibili solo e non oltre la III elementare”. Così denunciava, all’incirca un anno fa, un gruppo di 600 docenti universitari.

È probabile che tra i due dati, la presenza dei genitori all’università e gli errori di ortografia degli studenti universitari, non ci sia alcuna correlazione diretta.

Ma un pensierino su quanto i genitori di oggi riescano ad occupare tutti gli spazi della vita del proprio figlio, dilatando nel tempo la loro azione protettivo-invasiva, secondo me si può fare…

(Nella foto: l’unica occasione in cui ho accompagnato mia figlia all’università)

Per una lettura al maschile

PER UNA LETTURA AL MASCHILE

 

Rimanendo sul tema di una genitorialità gender free, proponiamo in questo post una riflessione su un argomento che ci sta molto a cuore: l’importanza della lettura (se siete interessati ad approfondire, potete vedere la pagina Facebook Liberhub), intesa non solo come valore culturale ma anche come atto pedagogico.

Da ormai molti anni, in Italia si è consolidata l’iniziativa “Nati per leggere” che, insieme all’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, promuove le lettura ad alta voce da parte dei genitori ai propri bambini da 0 a 6 anni. Grazie a un paziente lavoro di diffusione e informazione, si va sempre più consolidando la convinzione che le attività di lettura siano fondamentali per lo sviluppo cognitivo dei bambini e per il rafforzamento del rapporto empatico tra genitori e figli.

Meno conosciute sono le implicazioni delle più recenti indagini sulla relazione tra il mancato supporto paterno e il ridotto interesse di ragazze e ragazzi per i libri. Su questo fronte trovo molto interessante un articolo di Maria Elena Scotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento Scienze Umane per l’ Educazione), che affronta l’argomento. Lo studio, dal titolo “Padri che leggono ai figli: uno studio esplorativo”, è stato pubblicato su Orientamenti pedagogici (vol. 64, n.1, 2017) e parte dallo sconfortante dato che in generale in Europa gli uomini leggono meno delle donne. Questa mancata propensione alla lettura da parte dei maschi sembra influire sullo scarso interesse di ragazzi e ragazze verso i libri: infatti, minore è il coinvolgimento della figura paterna nelle attività di lettura dei figli, minore sarà la predisposizione di questi ultimi a diventare lettori, soprattutto se si tratta di figli maschi. E così si perpetua la condizione attuale, che vede la lettura come un’attività prettamente femminile e, in ambito familiare, legata alla figura materna: in questo modo, si consolida l’idea, condivisa da un ragazzo su 5, che “leggere sia un’attività più adatta alle ragazze” (Boy’s reading commission, 2012, p. 25). Proprio per aumentare l’investimento maschile sulla lettura, le associazioni impegnate su questo fronte stanno rivolgendo la loro attenzione verso i padri. In Svezia, già nel 1990 è nato il progetto “Leggi per me, papà!”, inizialmente rivolto soprattutto agli immigrati.

Anche nel nostro Paese, la situazione generale vede un contributo paterno alla lettura domestica di molto inferiore a quello materno: meno i padri leggono ad alta voce, meno leggeranno i loro figli. E questa tendenza si “tramanda” di padre in figlio, in un circolo vizioso. È dunque necessario interrompere tale spirale negativa attraverso un cambiamento, da parte dei padri, verso i libri: è infatti dimostrato che i padri che leggono spontaneamente ad alta voce ai propri figli sono quelli che amano la lettura a livello individuale.

Il ruolo della figura maschile è fondamentale non solo in famiglia ma anche a scuola: dove ci sono maestri carismatici che trasmettono la passione per i libri, si evidenzia una maggior propensione alla lettura da parte degli studenti maschi.

Nel precedente post, abbiamo sottolineato come i maschi stiano cambiando. Questa è un’altra direzione di cambiamento necessaria che, come tutte le abitudini che vanno modificate, parte dal quotidiano. Che i nuovi papà si predispongano dunque in modo diverso verso la lettura e i suoi luoghi (librerie, biblioteche): anche se leggere non rappresenta la soddisfazione di un bisogno primario, crea però un legale empatico con i propri figli e contribuisce a soddisfare, almeno in parte, il desiderio di vivere esperienze insieme a loro. L’amore per i libri, inoltre, se condiviso con i genitori sin da piccoli, si trasforma in un rito familiare di enorme valore pedagogico, che potrà continuare anche nella delicata fase dell’adolescenza, pur se con modalità diverse. E, per i bambini e i ragazzi meno fortunati, può rappresentare un prezioso strumento per cercare di ridurre gli svantaggi dovuti alla povertà educativa.

(foto di Ramin Mirzayev)

Il metodo holding, l’abbraccio che contiene

Abbiamo già toccato il tema dell’importanza del contatto fisico per far crescere i nostri figli più sicuri e sereni. Ma vale la pena soffermarsi ancora il tempo di un post per vedere più da vicino come utilizzare , attraverso una vera e propria tecnica corporea,  un semplice abbraccio per trasformarlo in un gesto terapeutico. Si chiama “Metodo holding” (dove holding qui significa “dell’abbraccio”) ed è stato creato quasi 50 anni fa negli Stati Uniti, dalla dottoressa Martha Welch, psicoterapeuta. È stata lei a capire per prima che un abbraccio non solo crea benessere e conforto,  ma è di grande utilità sia per lenire sofferenze psichiche e fisiche gravi (di cui noi però non ci occupiamo) sia per contenere, passando dalla patologia alla fisiologia, la rabbia e i capricci, oppure i momenti di angoscia e di disperazione dei nostri figli. Figli che possono essere  neonati, o bambini di pochi anni ma anche adolescenti o addirittura già adulti. Proprio pochi giorni fa, in una situazione di grande difficoltà emotiva, ho abbracciato mia figlia di 27 anni, in silenzio perché tanto non c’era niente da dire e quell’abbraccio diceva già tutto: ti voglio bene, ci sono qui io, lasciati andare, vedrai che tutto si risolverà.

Perché l’abbraccio sia efficace, l’adulto che lo attua deve essere calmo e sereno, altrimenti rischia di trasmettere lui per primo quell’ansia che il figlio non riesce a elaborare. Se il bambino è piccolo, meglio accompagnare l’abbraccio con frasi rassicuranti, che suonino alle sue orecchie come un mantra. È meno facile di quello che sembra, perché non sempre chi è in preda a sentimenti ed emozioni negative, che non riesce a controllare, capisce di aver bisogno di essere rassicurato. Anzi, spesso tenta di sfuggire a quell’abbraccio. Per questo è necessario che l’adulto sia consapevole e motivato e non ceda di fronte alle prime difficoltà. Soprattutto se sta facendo i capricci, il bambino tenterà di divincolarsi, di fuggire via, urlerà, piangerà ancora più forte, ma se l’abbraccio sarà forte e saldo, alla fine cederà, si lascerà andare e si placherà.

Uno studio recente condotto dall’Istituto di ricerca Burlo Garofolo di Trieste ha dimostrato che  i bambini abbracciati dalla mamma o dal papà percepiscono meno il dolore fisico. Un abbraccio quindi “guarisce” o perlomeno attenua il dolore e la sofferenza. Un gesto semplice e spontaneo, un risultato così grande.

Sarà più facile abbracciare i nostri figli finché sono piccoli, poi man mano che crescono le occasioni in cui ci sarà bisogno del “metodo holding” diventeranno più rare ma più profonde e complesse da gestire. Non per questo, cambierà il nostro abbraccio che, come ho potuto sperimentare sui miei figli ormai grandi, avrà sempre la stessa funzione: accogliere qualcuno che, anche solo per un attimo, si abbandona completamente e si affida a noi. Una responsabilità enorme, che cresce forse insieme ai corpi dei nostri figli, ma anche un’emozione fortissima, che ci restituisce in un attimo il senso di essere genitori.

L’adolescenza non è fotogenica

 

 

Negli anni 80, quando ero poco più che un’adolescente, c’era alla TV una trasmissione in cui un paradossale opinion leader, Massimo Catalano, pronunciava perle di saggezze così profonde e veritiere che ancora oggi noi di quella generazione definiamo “catalanate” le verità troppo ovvie e scontate. Adesso ne dirò una: stavo cercando sui siti che mettono a disposizione foto da scaricare, perché sono convinta che il più delle volte un’immagine sia più esaustiva di tante parole, e ancora una volta ho avuto la riprova di quello che tutti noi genitori, che abbiamo o abbiamo avuto figli adolescenti, sappiamo già: la genitorialità di adolescenti non si fotografa. Esistono migliaia di immagini, pubblicate ovunque nel web, di infanti e genitori felici, divertiti dai loro stessi ruoli. Provate a cercare l’equivalente riferito all’adolescenza. Niente. Il buio più totale. Ve l’avevo detto che era una catalanata, ma fa comunque riflettere…

Che cosa non è fotografabile? La nostra fatica e il nostro senso di inadeguatezza, il nostro dolore per la perdita del bebè e la loro rabbia e la loro ostilità? Il sorriso reciproco tra genitore e bambino piccolo è inevitabile, piacevole e rassicurante. Ci conferma nel nostro ruolo, che è quello di faro, di esempio, di riferimento. Di contro, il”muso duro” dell’adolescente, che sta facendo il suo lavoro di cercare di superarci per conquistare un posto più elevato nella gerarchia familiare, ci inquieta, ci addolora e ci obbliga a rinunciare al ruolo di centro del suo mondo, per ricollocarci in una situazione che deve andare verso la parità. Entrambe le parti hanno perso un confortevole equilibrio e noi genitori non accogliamo facilmente gli atti minacciosi ma necessari che preludono alla nostra detronizzazione.

 

 

Modalità genitoriali e rispetto per gli insegnanti

Adolescente arrabbiato (foto di Clem Onojeghu)

Da qualche mese ogni giorno 1-2 insegnanti delle scuole italiane vengono picchiati o aggrediti da genitori di alunni in disaccordo su scelte didattiche e pedagogiche e quasi quotidianamente si hanno notizie di studenti che insultano, umiliano o aggrediscono professori.

Possiamo domandarci:

  • C’è una correlazione tra la difficoltà dei genitori del bambini piccoli a dire no, a essere assertivi e a sostenere il ruolo educativo adulto e gli episodi di giovani adolescenti che insultano i loro insegnanti?
  • C’è una correlazione tra la difficoltà e a volte la rinuncia di alcuni genitori a gestire il conflitto con i figli adolescenti e gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori?
  • Sono facce della stessa medaglia?

Le mie risposte dal punto di vista della pediatra sono sì.

Molti dei nostri figli che non sono stati abituati da piccoli a ricevere risposte chiare (il sì è sì e il no è no) e pertanto non si sono potuti abituare a considerare l’adulto come persona autorevole e coerente e quindi da rispettare, faranno molta fatica ad accettare l’insegnante che sceglie, decide, limita, frustra.

Molti dei nostri figli adolescenti, che per definizione hanno bisogno per crescere di provocare e esasperare il conflitto, non avendo abitudine a relazionarsi con adulti che accettano il conflitto e lo gestiscono, non lo sanno gestire e trascendono, anche a scuola con i compagni e con gli insegnanti.

Di contro, i genitori che hanno rinunciato alla dialettica e alla mediazione del conflitto con i propri figli, davanti a un sopruso reale o immaginato reagiscono istintivamente con violenza verbale e /o fisica con lo scopo di protezione della prole. Prole che non è più in età neonatale ma che ancora viene iper protetta.

E allora cosa possiamo fare noi genitori? Recuperare consapevolezza sul nostro ruolo, analizzare criticamente le nostre modalità di azione, superare l’inevitabile senso di colpa e … cambiare strategia, oggi.

Daniela Corbella