IL MANOLESCENT

 

Parlando di educazione, crescita, pensieri magici e autonomia, a un certo punto dal vortice delle parole e dei pensieri esce la figura di un ragazzino sorridente, che ci guarda, letteralmente, dall’alto: Peter Pan. Il bambino più famoso tra quelli che non vogliono crescere, cioè quasi tutti.

Abbiamo già accennato a quanto sia doloroso, per gran parte degli adolescenti, rinunciare ai pensieri magici tipici dell’infanzia e quanto si oppongano alla fatica di crescere. Ci passiamo tutti, poi si va oltre.

Alcuni però rimangono impantanati lì, in una condizione psicologica che li porta ad allontanare da sé gli impegni e le responsabilità. Si tratta soprattutto di maschi, come dimostra la parola inglese che unisce il termine man (uomo) a quello di adolescent, dando vita a una figura maschile reale, metà ragazzino e metà uomo, che si aggrappa con le unghie e con i denti ai suoi diritti di eterno bambino, tentando di dimenticarsi dei suoi doveri di giovane adulto.

Poiché non ci occupiamo né di patologia né di devianza, non ci addentreremo nella dimensione “psichiatrica” di questa sindrome, ma c’è un aspetto che ci interessa da vicino in quanto madri (e, prima ancora, sorelle e compagne): il fatto, cioè, che solo una donna può accettare il manolescent così com’è, la mamma. Quindi, il quesito che ci interessa porre in questa sede è: quanto contribuisce una madre a trasformare suo figlio in Peter Pan?

Le esperienze condivise che abbiamo analizzato nei nostri focus group sembrano confermare che il figlio maschio tende a incontrare un atteggiamento di favore da parte della madre, rispetto alle sue sorelle. Tale tendenza risulta trasversale alle generazioni. Abbiamo cercato, nel nostro libro, di capire perché ciò avvenga e ahimé, il ruolo della madre è innegabilmente fondamentale: un istinto materno più “viscerale”, infatti, la porta ad accudire e proteggere di più il figlio maschio rispetto alla femmina, che viene di norma considerata come la parte più forte e autonoma della prole. Freud parlava di complesso di Giocasta che, come quello di Edipo, nascerebbe dal desiderio incestuoso che ogni genitore prova nei confronti del figlio di sesso opposto. Ma, oltre a quelle inconsce, su cui il dibattito è sempre aperto, ci sono tante altre motivazioni, storiche, sociali e culturali che avallano questa ipotesi.

Riflettiamoci bene, dunque, e quando interagiamo con i nostri figli maschi pensiamo alle nostre future nuore. Quando ci sorprendiamo a sbucciare loro una mela, pargoli di 20 anni, fermiamoci e limitiamoci – se proprio non possiamo farne a meno – a posargliela intera su un piattino.

 

Chi fa i compiti 2

Allora, eravamo rimasti alle possibili risposte sullo spinoso problema dei compiti: aiuto sì, aiuto no?

Sembrerebbe prevalere il no. Un conto è esserci, partecipando alla quotidianità scolastica dei nostri figli e intervenendo di fronte a una richiesta di aiuto precisa e saltuaria, per risolvere una difficoltà particolare. Altro è sostituirci completamente, iperproteggendoli con un aiuto invasivo e costante, che mette noi genitori sul banco di scuola al posto loro e deresponsabilizza totalmente gli studenti.

Un’amica che insegna all’Università Cattolica di Milano mi ha fatto una rivelazione che trovo sconcertante: alcuni genitori si presentano al docente universitario lamentando i voti presi dal proprio figlio. Un’invasione di campo che avviene a difesa di uno studente che, ormai maggiorenne, dovrebbe essere in grado di gestire in autonomia il proprio percorso scolastico.

Cosa stiamo facendo? Cosa c’è davvero dietro la presenza massiccia dei genitori sui banchi di scuola? Sicuramente, soprattutto nei genitori che lavorano, il senso di colpa di esserci poco e quindi di dover aiutare di più e in modo concreto. Un’altra risposta, che era emersa con forza durante una conferenza che abbiamo tenuto su questo argomento qualche anno fa, era la necessità, che diventa prepotente quando si è in vacanza, di “fare in fretta”, per non sprecare il prezioso tempo libero.

Ma davvero è tutto qui o c’è dell’altro? Ammettiamo questa seconda ipotesi e lasciamoci illuminare dal capitolo di Charmet nel già citato libro Non è colpa delle mamme.  Il meccanismo illustrato è semplice e quasi paradossale: più la madre si identifica con il processo scolastico del figlio, più questo si deresponsabilizza e abbandona l’impegno. Cito alcune frasi sparse, che spero riescano a delineare il nucleo della questione:

“Non ci sarà scampo per chi non è abituato alla fatica… La selezione sociale che avviene a scuola non è che l’anticipo di ciò che si replicherà negli anni successivi… È la mamma che va a scuola per anni: quando ci deve andare il figlio in prima persona succede il disastro… Ciò che mi pare utile tentare di realizzare è una sorta di restituzione simbolica della scuola al figlio…”.

Non posso scrivere per intero il capitolo, ma ne consiglio un’attenta lettura, sono solo dieci pagine, molto chiare. Leggetele e rifletteteci.