Ruoli di genere “virati”

Abbiamo detto più volte che in questo blog non ci occupiamo di devianza e di patologia ma solo di fisiologia, cioè di quella quotidianità che tutti noi, o la maggior parte di noi, vive ogni giorno. Oggi però la patologia è diventata fisiologia, cioè ci troviamo catapultati in una dimensione che ci appare surreale. La patologia è entrata di prepotenza nella nostra vita, nelle nostre case, nelle nostre abitudini.

Non è facile essere di animo lieve, in questo momento. E la leggerezza potrebbe facilmente trasformarsi in banalizzazione, forse addirittura in mancanza di rispetto. Mi sono quindi chiesta a lungo cosa avrei potuto scrivere, nel mio post mensile. Intanto che ci pensavo, leggevo in rete di tutto di più: le parole di chi ha paura, di chi grida per il dolore o per la rabbia, di chi si rassegna, e magari ringrazia, per l’opportunità che ci viene data di ripensare al come stare al mondo. E le parole di chi cerca di continuare la propria vita, in condizioni quanto più simili a ciò che si è sempre conosciuto.

Appartengo a quest’ultima categoria, a ben pensarci la più vicina alla fisiologia di cui parlavo all’inizio. Cercando di rimanere in una comfort zone quanto più nota possibile, penso che forse l’ambito su cui si può provare a essere lievi pur offrendo spunti di riflessione non banali sia la convivenza. In particolare, la fluidità che si viene inevitabilmente a creare sui ruoli di genere.

Il momento straordinario (cioè fuori dall’ordinario) che stiamo vivendo, chiusi in una vicinanza forzata, che non ha sbocchi all’esterno, ci costringe fatalmente a ripensare le nostre abitudini, personali e professionali, intrecciando in modo differente dal solito quel continuo passaggio dal dentro al fuori e dal fuori al dentro di cui abbiamo già parlato nel nostro post intitolato  “Se la donna esce dal nido”. Oggi però nessuno esce, stiamo tutti dentro le mura domestiche, in una condizione che, come abbiamo già detto nel succitato post, non ha grande fascinazione già di per sé.

L’uomo, inteso come maschio adulto, difficilmente ama stare in casa. La dimensione domestica storicamente non gli appartiene: l’approvvigionamento esterno è il suo ambito di fatica. In questo frangente invece, è costretto a giocare sul doppio fronte, esterno e interno: lavorare da casa, anche lavorare in casa, per la casa.

La donna ci è abituata, da millenni. Mai come ora la sua flessibilità si trasforma in carta vincente. Non è un caso che la rete sia inondata di uomini terrorizzati e fuori contesto, di figli inermi di fronte a padri incapaci, di madri imperturbabili nella loro incessante produttività.

Qui uno spaccato in diretta, da mia figlia novella sposa…

“Amore – esordisce F. – ma com’è bello lo smart working”. Ha parlato a metà mattina, quando la casa profumava di caffè. Mi ero alzata alle 7.30. Avevo acceso il computer, lavorato un paio d’ore prima di svegliarlo, la colazione pronta sul tavolo della cucina. Le finestre erano state aperte e poi chiuse e, in salotto, l’aria sapeva di montagna. Nulla era fuori posto, non un piatto, non un vestito. F. si è messo a lavorare alle 11. Ha finito alle 21. E, nelle dieci ore delle quali, da tempo, si compone la sua giornata, non una è stata dedicata ad altro. O all’altro.

“Com’è bello lo smart working”, ha detto. Ma, forse, avrebbe dovuto usare parole diverse. Perché lo smart working, così come lo intende F., di smart ha poco: la divisa a metà, la cravatta annodata sopra i pantaloni della tuta, le ciabatte a sostituire le più scomode scarpe stringate. Ha il gatto protagonista delle sue riunioni, le risate condivise con i colleghi attraverso un microfono. Poi, più niente. Lo smart working, nei giorni della quarantena maschile, è diventato “working” e lo “smart”, cioè la capacità di barcamenarsi con successo tra l’ambiente domestico e quello professionale, si è perso, rimpiazzato da un assai più comodo invito a essere “coadiuvato”.

Io cucino, lavo, stiro, e lavoro. F. lavora, e quasi sembra compia un’opera straordinaria. Totalizzante. Lo prende anche quando il gatto, dopo essersi simpaticamente pavoneggiato davanti alla webcam, inizia a mordergli il microfono. A sedersi sulla tastiera del suo computer. Quando chiede attenzioni e miagola tanto da impedire ogni discussione. Allora, il cielo si apre e F., con il suo bel completo di tuta e camicia, lascia cadere ogni santo. “Non ce la faccio”, dice, ben sapendo che quel che vuole (di nuovo) non è comprensione, ma aiuto. Vuole che il gatto sia accudito (da altri), che in casa risuoni solo l’eco delle sue telefonate, che l’aria sia fresca ma le finestre chiuse. Vuole lo smart working, purché lo smart sia a cura di qualcun’altro.

Così, uno suggerimento di riflessione per le madri di figli maschi…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se la donna esce dal nido

La prima donna laureata nel mondo risale al 1678: era una nobile veneta e rappresentava senz’altro un’eccezione se, ancora nel 1804, nel codice civile promulgato in Francia da Napoleone, si legge che “Le persone prive di diritti giuridici sono i minori, le donne sposate e i ritardati mentali“. Di fatto, solo dal 1874 le donne in Italia possono accedere a licei e università, anche se la loro iscrizione non viene di certo incoraggiata. Nel 1900, su 33 milioni di abitanti in Italia, le universitarie sono 250. Se Franca Viola, a 17 anni,  è la prima donna siciliana che rifiuta il matrimonio riparatore da parte di chi l’ha violentata, l’istituto di questo tipo di unione obbligatoria, insieme al delitto d’onore, nel nostro Paese vengono abrogati nel 1981.

Il percorso femminile extra domestico, quello cioè che porta le donne fuori dal nido, verso l’emancipazione civile ed economica e quindi verso la libertà e l’autonomia, soprattutto negli ultimi cento anni è stato una marcia a tappe forzate, che ha portato il genere femminile a lasciarsi alle spalle posizioni millenarie di inferiorità e dipendenza, per aprirsi a nuovi e stimolanti orizzonti.

Gli uomini, invece, sono rimasti fermi di fronte all’inesorabile avanzata delle donne, che comporta un’evidente erosione dei privilegi maschili.

Abbiamo voluto sottolineare rapidamente questo percorso contemporaneo ma inverso della donna che si allontana sempre di più da casa e dell’uomo che invece tende ad avvicinarvisi come mai aveva fatto, perché ha un forte impatto sulla coppia e quindi sui ruoli genitoriali.  L’educazione  e la cultura prevalenti nel mondo occidentale hanno imposto modelli di riferimento maschili, che l’uomo fa fatica ad abbandonare. Spesso il maschio adulto è preda di “desideri regressivi”, cioè non si rassegna a perdere quell’accudimento e quella dedizione femminili cui da millenni era abituato.

Le considerazioni di carattere strettamente educativo, che sono quelle che qui ci premono, sono due:

– in un prossimo futuro, è probabile che saranno sempre meno le donne che decideranno di occuparsi della famiglia. Quali saranno dunque le compagne dei nostri figli? E di quali compagni avranno bisogno le nostre figlie, in questa inedita complementarietà di coppia ?

– Che tipo di padre sarà il giovane adulto quando avrà dei figli? Quali e quante  incombenze educative, che una volta appartenevano alle madri, spetteranno ora a lui?

Dalle situazione che si determineranno in questa nuova comunità familiare, cresceranno figli che avranno caratteristiche differenti rispetto alle generazioni passate. E, inevitabilmente, anche il loro apporto al vivere sociale e civile sarà differente.

Per adesso possiamo solo stare a guardare dove porteranno questi cambiamenti. Che sono già ampiamente in corso, come dimostrano le sempre più nutrite schiere di papà che si appriopriano con soddisfazione del ruolo di care giver principale. A volte, cedendo del tutto il posto fuori casa a una moglie/compagna  più determinata o più fortunata professionalmente. E, se possiamo dare credito ai social,  in molte occasioni senza recriminazioni!