Padri e figli

Dopo la parentesi di ben due post dedicati all’importanza di non spianare troppo la strada ai nostri figli (è uno dei temi centrali dell’educazione, soprattutto in un momento storico come quello in cui viviamo, quindi ci torneremo su spesso), riprendiamo da dove eravamo rimasti nel post sulla lettura al maschile, cioè dall’importanza della presenza del padre nel percorso educativo dei figli.

Ancora una volta, partiamo dall’infanzia e partiamo dalla Svezia, dove il congedo parentale dei padri è identico, dal 1974, a quello delle madri, per un totale di 480 giorni. Ne usufruisce oltre il 70% dei papà.

In Italia, il congedo parentale previsto per i padri è di soli quattro giorni obbligatori. Ci sono dei casi in cui il periodo si può estendere, ma solo se:

  • la madre è morta o è gravemente ammalata
  • la madre ha abbandonato il bambino
  • il bambino è stato affidato esclusivamente al padre
  • la madre ha espressamente rinunciato al diritto di congedo di maternità, eventualità possibile solo in caso di adozione o affidamento.

Una equa e completa alternanza con i compiti che di solito svolgono le donne, ha più di un’implicazione di assoluta rilevanza. Intanto, calarsi fisicamente e quotidianamente nel ruolo dell’altro sesso significa andare in concreto verso l’uguaglianza di genere. Inoltre, la presenza assidua dei papà vicino ai figli sia maschi sia femmine, sin dalla primissima infanzia, contribuisce a gettare le basi per una relazione profonda con la compagna e con i figli e questa profondità sarà di grande aiuto quando i bambini, diventati adolescenti, avranno bisogno di essere contenuti soprattutto dal padre ma anche supportati da una coppia genitoriale coesa e coerente. Soprattutto quando, una volta iniziata la pubertà, il cervello dei maschi verrà inondato di testosterone, che indurrà comportamenti completamente diversi da quelli femminili: sono spinti alla sfida, alla competizione, al bisogno di essere rispettati e di occupare il gradino più alto nella gerarchia del gruppo. Riuscire a contenerli sarà più facile per un maschio adulto, che è per natura simile e che probabilmente ha avuto le stesse reazioni in adolescenza, rispetto a quanto non lo sia per una donna. Per questo gettare le basi, sin dalla nascita, per una relazione più profonda con i propri figli rappresenta un investimento a lungo termine, che sarà di grande aiuto in quella delicata fase che segna il passaggio dall’età infantile a quella adulta.

P.S. Il titolo l’ho rubato alla letteratura russa, si chiama così uno dei romanzi di Turgenev.

 

 

 

 

Per una lettura al maschile

PER UNA LETTURA AL MASCHILE

 

Rimanendo sul tema di una genitorialità gender free, proponiamo in questo post una riflessione su un argomento che ci sta molto a cuore: l’importanza della lettura (se siete interessati ad approfondire, potete vedere la pagina Facebook Liberhub), intesa non solo come valore culturale ma anche come atto pedagogico.

Da ormai molti anni, in Italia si è consolidata l’iniziativa “Nati per leggere” che, insieme all’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, promuove le lettura ad alta voce da parte dei genitori ai propri bambini da 0 a 6 anni. Grazie a un paziente lavoro di diffusione e informazione, si va sempre più consolidando la convinzione che le attività di lettura siano fondamentali per lo sviluppo cognitivo dei bambini e per il rafforzamento del rapporto empatico tra genitori e figli.

Meno conosciute sono le implicazioni delle più recenti indagini sulla relazione tra il mancato supporto paterno e il ridotto interesse di ragazze e ragazzi per i libri. Su questo fronte trovo molto interessante un articolo di Maria Elena Scotti (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento Scienze Umane per l’ Educazione), che affronta l’argomento. Lo studio, dal titolo “Padri che leggono ai figli: uno studio esplorativo”, è stato pubblicato su Orientamenti pedagogici (vol. 64, n.1, 2017) e parte dallo sconfortante dato che in generale in Europa gli uomini leggono meno delle donne. Questa mancata propensione alla lettura da parte dei maschi sembra influire sullo scarso interesse di ragazzi e ragazze verso i libri: infatti, minore è il coinvolgimento della figura paterna nelle attività di lettura dei figli, minore sarà la predisposizione di questi ultimi a diventare lettori, soprattutto se si tratta di figli maschi. E così si perpetua la condizione attuale, che vede la lettura come un’attività prettamente femminile e, in ambito familiare, legata alla figura materna: in questo modo, si consolida l’idea, condivisa da un ragazzo su 5, che “leggere sia un’attività più adatta alle ragazze” (Boy’s reading commission, 2012, p. 25). Proprio per aumentare l’investimento maschile sulla lettura, le associazioni impegnate su questo fronte stanno rivolgendo la loro attenzione verso i padri. In Svezia, già nel 1990 è nato il progetto “Leggi per me, papà!”, inizialmente rivolto soprattutto agli immigrati.

Anche nel nostro Paese, la situazione generale vede un contributo paterno alla lettura domestica di molto inferiore a quello materno: meno i padri leggono ad alta voce, meno leggeranno i loro figli. E questa tendenza si “tramanda” di padre in figlio, in un circolo vizioso. È dunque necessario interrompere tale spirale negativa attraverso un cambiamento, da parte dei padri, verso i libri: è infatti dimostrato che i padri che leggono spontaneamente ad alta voce ai propri figli sono quelli che amano la lettura a livello individuale.

Il ruolo della figura maschile è fondamentale non solo in famiglia ma anche a scuola: dove ci sono maestri carismatici che trasmettono la passione per i libri, si evidenzia una maggior propensione alla lettura da parte degli studenti maschi.

Nel precedente post, abbiamo sottolineato come i maschi stiano cambiando. Questa è un’altra direzione di cambiamento necessaria che, come tutte le abitudini che vanno modificate, parte dal quotidiano. Che i nuovi papà si predispongano dunque in modo diverso verso la lettura e i suoi luoghi (librerie, biblioteche): anche se leggere non rappresenta la soddisfazione di un bisogno primario, crea però un legale empatico con i propri figli e contribuisce a soddisfare, almeno in parte, il desiderio di vivere esperienze insieme a loro. L’amore per i libri, inoltre, se condiviso con i genitori sin da piccoli, si trasforma in un rito familiare di enorme valore pedagogico, che potrà continuare anche nella delicata fase dell’adolescenza, pur se con modalità diverse. E, per i bambini e i ragazzi meno fortunati, può rappresentare un prezioso strumento per cercare di ridurre gli svantaggi dovuti alla povertà educativa.

(foto di Ramin Mirzayev)