L’abbraccio che scioglie

Una delle maggiori difficoltà quando ci si confronta in modo non pacifico con il figlio adolescente è la gestione della rabbia. Sua e nostra. In questi casi, riuscire ad attuare una comunicazione efficace ed efficiente, assertiva e non distruttiva, è molto impegnativo.

Vedremo in un altro momento come il cervello degli adolescenti sia in grande subbuglio, esattamente come il loro aspetto fisico: i lobi frontali sono l’ultima zona del cervello a raggiungere la maturazione ma sono anche l’area in cui si sviluppano e si stabilizzano il giudizio, la pianificazione, il saper aspettare il soddisfacimento di un bisogno, la capacità di giudizio, l’empatia.

Quindi, di fronte a un figlio adolescente che perde il controllo, che sembra non saper più ragionare, spesso la comunicazione arriva a un punto morto. Il piano della comunicazione verbale, razionale, tende a spostarsi verso quello della comunicazione non verbale, emotiva, soprattutto da parte del figlio: se non riusciamo a cogliere questo slittamento e non adottiamo gli strumenti adatti a gestire la situazione, di solito la comunicazione si chiude e il conflitto rimane “appeso”, irrisolto. O, peggio, il conflitto perde il suo valore di confronto costruttivo e si trasforma in una lotta fine a sé stessa, destinata a intorcinarsi sempre di più. Di solito, in questi momenti i nostri figli non sono affatto interessati a un tipo di comunicazione razionale, ai nostri consigli o alle nostre opinioni. Se noi invece insistiamo in questo senso, ci troveremo davanti a un muro. Che probabilmente farà nascere anche in noi un senso di rabbia, di frustrazione per la mancanza di una via di uscita. E come tutti gli animali che vengono messi all’angolo e si vedono privati di una qualsiasi way out, anche noi adulti a questo punto perdiamo il controllo.

È qui che dobbiamo imperare il tempismo del silenzio o di una comunicazione non verbale. Dice una delle madri che ha partecipato ai nostri focus group: “Quando mio figlio ha un problema che lo mette in difficoltà, siccome è molto riservato spesso non mi spiega niente, non mi parla ma poiché c’è un rapporto fisico-affettivo molto buono magari mi viene vicino e, semplicemente, mi abbraccia”.

Ed ecco che siamo arrivati di nuovo al valore di un abbraccio. Che con gli adolescenti, più che contenere come fa con i capricci dei bambini, “scioglie: la rabbia, la frustrazione, il dolore, nostri e loro.

Impariamo quindi, noi che abbiamo un cervello ormai maturo e stabile, a sviluppare quella giusta sensibilità che ci aiuti a cogliere l’attimo, a capire quando è il momento di chiudere la bocca, abbassare i toni e accogliere in altro modo la fatica di crescere dei nostri figli.

(Foto di Marco Bianchetti)

L’adolescenza non è fotogenica

 

 

Negli anni 80, quando ero poco più che un’adolescente, c’era alla TV una trasmissione in cui un paradossale opinion leader, Massimo Catalano, pronunciava perle di saggezze così profonde e veritiere che ancora oggi noi di quella generazione definiamo “catalanate” le verità troppo ovvie e scontate. Adesso ne dirò una: stavo cercando sui siti che mettono a disposizione foto da scaricare, perché sono convinta che il più delle volte un’immagine sia più esaustiva di tante parole, e ancora una volta ho avuto la riprova di quello che tutti noi genitori, che abbiamo o abbiamo avuto figli adolescenti, sappiamo già: la genitorialità di adolescenti non si fotografa. Esistono migliaia di immagini, pubblicate ovunque nel web, di infanti e genitori felici, divertiti dai loro stessi ruoli. Provate a cercare l’equivalente riferito all’adolescenza. Niente. Il buio più totale. Ve l’avevo detto che era una catalanata, ma fa comunque riflettere…

Che cosa non è fotografabile? La nostra fatica e il nostro senso di inadeguatezza, il nostro dolore per la perdita del bebè e la loro rabbia e la loro ostilità? Il sorriso reciproco tra genitore e bambino piccolo è inevitabile, piacevole e rassicurante. Ci conferma nel nostro ruolo, che è quello di faro, di esempio, di riferimento. Di contro, il”muso duro” dell’adolescente, che sta facendo il suo lavoro di cercare di superarci per conquistare un posto più elevato nella gerarchia familiare, ci inquieta, ci addolora e ci obbliga a rinunciare al ruolo di centro del suo mondo, per ricollocarci in una situazione che deve andare verso la parità. Entrambe le parti hanno perso un confortevole equilibrio e noi genitori non accogliamo facilmente gli atti minacciosi ma necessari che preludono alla nostra detronizzazione.