L’autonomia, ieri e oggi

 

 

Quando una parola è importante, ho l’abitudine di controllarne l’etimologia, per capirne meglio il significato. Nel caso di autonomia il significato “filologico” è: dal greco antico autòs + nòmos= sé stesso + legge, cioè “avere dentro di sé la legge”, saper rispettare le regole da solo, senza bisogno che altri ce le impongano.

Direi quindi che, se riferita all’adolescenza, questa parola diventa chiarissima: la conquista dell’autonomia è l’obiettivo fondamentale per il vivere sociale, quindi adulto. In questo senso, ogni essere vivente inserito in una comunità procede verso l’autonomia fin dalla nascita. È per questo che il rispetto delle regole va insegnato sin dalla primissima infanzia: tali regole si modificheranno con l’età ma il principio che sia necessario rispettarle rimane immutato. Un bambino non abituato all’esistenza di norme precise che regolano il suo quotidiano (“metti via i giochi al loro posto, lavati i denti prima di fare la nanna…”) difficilmente diventerà un adolescente in grado di osservarle.

Il fatto che ci siano delle regole (sostantivo femminile che nasce quasi come sinonimo dell’equivalente maschile regolo=assicella disegno per misurare. Contiene la stessa radice del verbo italiano reggere= guidare, governare, quindi il  significato è quello di misurare la realtà per governala) implica che qualcuno le rispetterà e qualcun altro le trasgredirà. Come tutti noi genitori sperimentiamo quotidianamente, l’impulso alla trasgressione è tipico dell’adolescenza ed è indispensabile per crescere e affermare la propria individualità.

Ecco perché è molto importante capire il significato e il ruolo delle regole per poter guidare correttamente verso l’autonomia. Nel nostro libro Luca Ercoli descrive il ciclo della regola.  Non è possibile riportarlo qui per intero, questo post diventerebbe troppo lungo e perderebbe quindi la sua natura di post, però i punti cardine li possiamo elencare:

• le regole devono essere chiare e condivise

• per ogni infrazione va stabilita una “sanzione riparatrice” (intesa come atto ripartivo e non come castigo)

• quando, attraverso un’assunzione di responsabilità, il trasgressore ripara l’errore commesso, avviene la riconciliazione. Dopo di che, non bisogna più tornare sul passato, che va considerato definitivamente chiuso.

Quest’ultimo punto è forse il più difficile da rispettare: se nostro figlio ci sottrae dei soldi dal portafoglio, anche a distanza di molto tempo se scompaiono nuovamente dei soldi sarà molto impegnativo per noi non puntare, almeno nel pensiero, il dito su di lui.

La foto che ho messo all’inizio di questo post è la foto di una V superiore nell’immediato dopoguerra: guardate bene gli studenti e confrontateli con i loro pari di oggi. Credo che, molto più delle parole, questo aspetto visivo ed “estetico” dell’autonomia sia  eloquente…

 

Un diritto lecito (e un po’ invidiabile…)

 

 

 

 

Chiunque scriva per lavoro sa quanto sia difficile la sintesi: un titolo, una didascalia, uno slogan, non si è mai bravi abbastanza per riuscire a veicolare un messaggio o un’informazione nel minor numero possibile di parole e nel modo più efficace e accattivante. A volte però si riesce a farlo senza pensarci, quasi per caso, forse semplicemente grazie alla convinzione profonda di essere nel giusto. È successo ieri a mio figlio piccolo, quello di 17 anni, che ormai da diverso tempo si trascina nell’indolenza più totale, beandosi e crogiolandosi nella sciatteria concessa all’adolescenza.

Dovevo partire per il fine settimana e stavo recitandogli il solito elenco di raccomandazioni, peraltro regolarmente disattese. La sua frase preferita da un po’ di tempo a questa parte è “Lasciami in pace”, che ha un’enorme azione respingente e in sole tre parole chiude qualunque porta. Questa volta però, bombardato e affondato dal peso delle mie richieste, a un certo punto ha intonato una sorta di peana, ululando questa frase: “Ho 17 anni, lasciatemi fare schifo!”.

Mi sono girata dall’altra parte perché mi veniva da ridere e ho pensato “Ha proprio ragione!”