Come avatar

Poco più di un anno fa è apparso su Repubblica un bell’articolo di Michela Marzano, dal titolo “Cari ragazzi, la vita non è un clic”, che avevamo tenuto da parte perché volevamo citarlo quando avessimo affrontato il tema, così drammatico per un genitore, dell’incoscienza degli adolescenti; incoscienza che, come abbiamo visto nel penultimo post, ha una base biologica e quindi non eliminabile. L’immaturità del sistema neuronale di un ragazzino di 15 anni, l’assenza di senso critico, la conseguente mancata coscienza delle conseguenze delle sue azioni, la ricerca di una gratificazione quanto più intesa e immediata, tutto ciò contribuisce a esporre i nostri figli al rischio, soprattutto se sono maschi, poiché il testosterone aggiunge un carico di aggressività e spericolatezza.

Ma tutto ciò esiste da quando esiste il mondo. Il cervello degli adolescenti è sempre stato così, anche noi genitori una volta siamo stati così: c’è sempre stata la droga (negli anni Settanta, quando molti di noi sono cresciuti, ce n’era un’infinità), le corse incoscienti in macchina, il fascino di un rapporto malato con il cibo, il sesso libero e promiscuo.

Eppure…

Oggi c’è un elemento in più, nella vita dei nostri figli, di per sé non pericoloso anzi, potenzialmente una risorsa preziosa, ma che rischia di tornare indietro come un boomerang trasformato in machete: la dimensione virtuale, che eleva a una potenza infinita il livello di rischio fisiologicamente connaturato al cervello degli adolescenti.

Come la definisce bene Michela Marzano nel suo articolo, “… È la follia tutta contemporanea della dematerializzazione costante del sé, come se ognuno di noi non fosse altro che un avatar senza carne e privo di sangue; il personaggio di un videogioco che cade ma che poi si solleva, che muore e poi risorge. Un avatar, insomma, privo di corpo. E che non rischia mai di portare su di sé la traccia di ciò che si è o meno attraversato, fatto, sperimentato, condiviso, gioito, sofferto… la virtualizzazione del reale che porta un numero sempre maggiore di giovani a credere che nulla abbia conseguenze irreversibili.”.

 Non riesco a non pensare, in questi giorni di fine anno che di per sé costituiscono un periodo particolare, in cui ci si sente più inclini che in altri momenti agli affetti, alla famiglia, ai bilanci, alle speranze e ai progetti per il futuro, a quelle famiglie che si sono trovate proiettate nell’abisso del dolore a causa proprio di gesti “incautamente sconsiderati” da parte dei propri figli. Tutti noi adulti, sicuramente tutti noi genitori ci stiamo interrogando su come si possano evitare queste tragedie, se si possano evitare. Probabilmente no, ma forse, joining the dots di alcune osservazioni che abbiamo fatto nel corso dei nostri post, si può riuscire a evidenziare una linea di comportamento, una possibilità di intervento, almeno per non confessare la più assoluta impotenza. Partendo dal dato di fatto, scientifico e quindi oggettivo, ineliminabile, della immaturità che contraddistingue il cervello di tutti gli adolescenti, e della necessità delle regole, che abbiamo visto essere indispensabili perché possano trasgredirle e quindi crescere affermando la propria individualità, dobbiamo avere noi genitori ben presente che la realtà virtuale in cui vivono immersi i nostri figli rende loro ancora più difficile capire il senso del limite, del paletto invalicabile. Nel loro mondo, tutto è possibile, ma soprattutto niente ha conseguenze irreversibili: la vita scorre via veloce, leggera, smaterializzata e smaterializzante. Con un clic si apre, con un clic si chiude.

Probabilmente lo abbiamo già detto, in ogni caso lo ripetiamo: oggi è poco diffusa l’etica, intesa come consapevolezza a livello comportamentale di ciò che è bene e ciò che è male, perché l’autorità del padre, che di tale consapevolezza tradizionalmente si fa carico, è scomparsa, “evaporata”. In compenso, si ha una dimensione profondamente aumentata per quello che riguarda l’estetica, una parola che deriva dal verbo greco “sentire”, “provare con i sensi”, e che ci porta diritto nel punto da cui siamo partiti, cioè la necessità di sensazioni forti e intense che spinge gli adolescenti a comportamenti fortemente a rischio.

Allora proviamo ogni giorno a non dimenticarci l’etica e insistiamo sul rapporto causa-effetto, sul senso del limite, sui paletti e sulle regole: enunciamoli, facciamoli sentire come parte integrante del nostro vissuto quotidiano e rispettiamoli noi per primi con l’esempio. Questo nostro atteggiamento non serve a eliminare la trasgressione ma a farla apparire “ad alto costo”: infrangere le regole richiede coraggio perché la sanzione non può essere evitata e, per affrontarla, ci vuole una buona dose di consapevolezza. In occasione di una morte per me molto triste il mio primo maschio, che all’epoca aveva quattro anni, vedendomi piangere per consolarmi mi disse: “Mamma non piangere, guarda che se gli diamo un bacetto si risveglia”.

Ecco. A quattro anni è giusto credere ancora che ci si possa risvegliare dalla morte, come Biancaneve. A 15 no. Perché non siamo avatar e le nostre azioni hanno, nel mondo reale, conseguenze talvolta irreversibili, su noi stessi e sugli altri. Guidiamo i nostri figli su questo crinale sottile e delicato, sin da quando sono piccoli, dosando, come abbiamo già detto più volte, il “guinzaglio” alla lunghezza giusta, né troppo lungo né troppo corto. Non avremo mai la certezza di aver trovato la misura giusta, ma tentare di farlo deve essere il nostro sforzo di ogni giorno per garantire ai nostri figli di giungere, salvi, alla fine del percorso verso l’autonomia.

(La foto, che ho già usato, è del mio  primo figlio maschio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cervello “spinoso” dell’adolescenza

Chi c’è dall’altra parte della fune, nel tiro a due che abbiamo tratteggiato nell’ultimo post? O meglio, chi c’è lo vediamo e non ci è completamente estraneo, è tanto cresciuto ma ha ancora qualcosa di quel bambino che conosciamo ormai da anni. Piuttosto, cosa c’è dentro la testa di quel quasi ex bambino?

La domanda non è retorica, ed esiste una risposta precisa, offertaci dalle sempre più accurate e indispensabili neuroscienze, che ci illustrano le caratteristiche comuni a tutti i cervelli degli adolescenti e ci aiutano a capire chi strattona dall’altra parte. È soprattutto il suo corpo a crescere, in un bambino in scadenza, mentre il suo modo di pensare, e dunque di agire, cambia più lentamente: la maturazione del suo cervello ha tempi più lunghi rispetto a quella del corpo.

Vediamo come.

Sulla soglia della pubertà, cioè intorno ai 12 anni, il cervello di un ragazzino è “troppo” ricco di neuroni e di sinapsi . Durante gli anni dell’infanzia le sue cellule e le loro interconnessioni sono cresciute a dismisura, come dimostrano l’apprendimento vorace e la curiosità insaziabile ma disordinata con cui il bambino approccia il mondo .

Sovrabbondanza, dunque, ma anche incompleta maturazione: potremmo dire che neuroni e sinapsi si aggrovigliano in guazzabugli selvaggi.

Quando il numero di neuroni comincia a diminuire, il disordine inizia a dipanarsi e la quantità decresce a favore della qualità: entro i 20/25 anni, il volume della materia grigia è diminuito del 40%, le sinapsi si sono ridotte ma si sono irrobustite e ordinate. In un certo senso, sono diventate più “educate” e più efficienti. Tale processo di “disboscamento” si chiama pruning, che significa “potatura” e proprio come la potatura serve a rendere più forte e quindi a crescere meglio. In questo caso, però, non si tratta di sfoltire una siepe in poche ore: il processo è lunghissimo, si snoda attraverso gli anni di questa fase così delicata della vita, come possiamo dedurre dai comportamenti dei nostri figli.

Questa situazione di eccesso numerico insieme alla incompleta maturazione spiegano bene le tempistiche dello sviluppo del senso morale e del senso del limite che termineranno il loro complesso e articolato cammino verso la maturità solo intorno ai 20 anni, proprio sul finire del pruning. Mentre sotto i 10 anni si rispettano le regole solo per paura della punizione stabilita nei confronti di chi la trasgredisce, dai 13 ai 20 anni inizia molto lentamente a svilupparsi e a rafforzasi il senso del limite e il rispetto delle norme. Quando tale processo sarà completato si rispetteranno le regole per rispondere alle aspettative positive della comunità della quale si condividono i valori e non perché si teme la sanzione prevista.

I nostri adolescenti sono dunque condizionati dall’immaturità dei loro sistemi neuronali. Noi adulti possiamo allora meglio comprendere i comportamenti a rischio, l’assenza di senso critico, del senso del limite e della paura e la ricerca spasmodica del piacere e della gratificazione. Se solo all’inizio dell’adolescenza comincia la fase maturativa dello sviluppo del senso critico , cioè della capacità di percepire e valutare le conseguenze delle proprie azioni, allora è chiaro che l’adolescente è incosciente, in senso letterale, perché non ha piena coscienza delle conseguenze delle sue azioni, ma ha la fortissima attrazione per i comportamenti che gli danno una gratificazione intensa e immediata: ecco perché sino al termine del pruning alcool, sesso e droghe sono, in un certo senso, “obiettivi fisiologici”…

“Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare”, diceva Platone. Aveva sicuramente ragione, come ben sa chi, tutti i giorni, è chiamato a misurarsi al tiro alla fune. Anche se è stanco, anche se non ne ha voglia, anche se vorrebbe abbracciare il suo avversario e pregarlo di smettere. Pensare a cosa passa nella sua testa mentre tira con tutte le sue forze, ci può aiutare: quando rispondiamo ai suoi strattoni, ripetiamoci che in questi momenti stiamo condividendo con lui lo sfoltimento della massa selvaggia di cellule che appesantisce il suo cervello e lo stiamo quindi sostenendo in un faticoso cammino verso una più sostenibile leggerezza.

Foto Yannik Oetiker